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Odissea tra i ghiacci urbani
Nevica. Ancora.
Se non fossi a Suzhou, il paesaggio avrebbe un che di alpino. La coperta bianca che nasconde prati, strade, marciapiedi e che veste gli alberi ha ormai uno spessore di una spanna.
Straordinario. Ora devo solo prendere l’auto e andare in ufficio.
Mi fermo da un gommista attrezzatissimo.
«Hai catene da neve?».
«EH?».
Come non detto. In effetti non le ha nessuno. Ironia della globalizzazione: catene “made in China” introvabili in Cina, e vendute in Europa dove non nevica più.
Intanto qui vanno tutti a passo d’uomo. Strade a due carreggiate, tre o quattro corsie per senso di marcia, sono ridotte a sentierini. Dove si mescolano con amore automezzi, moto, biciclette e pedoni in pattinata libera.
I fiocchi che cadono dal cielo sono enormi, ne bastano tre o quattro sul parabrezza per non vedere più niente.
Di spazzaneve, neanche l’ombra. In compenso, comincia a intravedersi qualche gruppetto di poliziotti armati di pala per cercare di pulire le strade.
Non si contano i mezzi bloccati sulla strada, i motociclisti andati a gambe all’aria e le persone che cercano di spingere i temibili “mianbaoche” (traducibile in “macchine-panino”: sono quei microscopici furgoncini a sei posti, alti e stretti, con le ruote grandi come quelle di una Vespa, a trazione posteriore) fuori dai mucchi di neve in cui si sono piantati. Qua e là compaiono resti di tettoie crollate sotto il peso della neve. Ci vogliono due ore per fare venti chilometri, ma tutto sommato si riesce ad arrivare alla meta, senza danni.
Le notizie su internet sono allarmanti: milioni e milioni di cinesi sono bloccati nelle stazioni sovraffollate, sui treni, sulle autostrade in tutta la Cina del centro-sud.
Nel pomeriggio le precipitazioni si fermano e la situazione migliora leggermente. I ponti vengono presi d’assalto da centinaia di poliziotti e soldati che cominciano a spalare, spalare, spalare, aiutati da alcune ruspe che grattano l’asfalto con meticolosità.
A sera si può circolare quasi normalmente, in un deserto bianco. Ma all’improvviso qualcosa comincia a svolazzare nell’aria.
Nevica, ancora.

E continua. Per tre giorni.
***
Mentre decine di milioni di cinesi restano bloccati nelle stazioni, sui treni, sulle autostrade, alcune città rimangono isolate, tutto sommato qui si riesce a circolare. Anche se il mescolarsi di neve e ghiaccio diventa insidioso: sono molti quelli che lo hanno sperimentato, a giudicare dalle marmellate di fanalini e dai sughi di paraurti (interi e a pezzi) e varie parti di carrozzeria che sono spalmati sulle strade. Ogni tanto si vede qualche pickup che trasporta grossi sacchi: un uomo in piedi sul cassone infila le mani nei sacchi, raccoglie una manciata del loro contenuto e poi sparge il sale intorno a sé. I soldati sono sempre più numerosi. I ponti sono i punti critici e sono i primi a essere presi d’assalto dagli eserciti di spalatori con bandiera rossa.
Ho un appuntamento di lavoro a Shanghai, una mattina mi metto in viaggio sul presto. Cerco di prendere l’autostrada “Sujiahang”, ma quando arrivo vicino all’ingresso una colonna da camion bloccati mi fa capire che è ancora chiusa. Mi fermo a un incrocio poco distante, dove c’è una postazione della polizia. Scendo dalla macchina e per poco non mi accoppo scivolando su un lastrone di ghiaccio che non avevo visto. Incredibilmente riesco a non cadere, e con una discreta pattinata arrivo fino alla baracca di lamiera sul cui tetto lampeggiano per ventiquattrore al giorno luci rosse e blu.
Il poliziotto di turno abbassa il vetro della finestra girando una manovella che emette cigolii piuttosto sinistri.
«Cosa c’è?».
«Chiedo scusa, a che ora verrà aperta l’autostrada?».
«Adesso che ore sono?».
«Come, scusi?».
«Ho chiesto che ore sono».
«L-le otto».
«Eh no, l’autostrada non sarà riaperta prima di questo pomeriggio, forse questa sera, non so».
«Ah. Grazie, arrivederci»
«Hmm».
Altro cigolio, la finestra si richiude e io ripattino verso la macchina.
Tento di prendere la tangenziale di Suzhou, ma qui sono bloccate perfino le rampe di accesso.
Provo con la “Huning”, l’autostrada Shanghai-Nanchino. Stesso risultato. Chiamo il fornitore che avrei dovuto visitare e disdico l’appuntamento. Poi mi chiama Danny, dall’ufficio.
«Dove sei?»
«A Suzhou. Non c’è verso di andare a Shanghai, torno in ufficio».
«Resta dove sei. Stiamo aspettando che ci consegnino dei perni, ma lo spedizioniere ha appena telefonato dicendo che a causa di questo tempo è rimasto senza camion. Sono urgentissimi, puoi andare a prenderli tu? Si trova proprio a Suzhou. Sono solo sette scatole…». Mi dà un nome e due numeri di telefono.
E qui comincia l’odissea.
Un numero non è collegato, a quell’altro mi risponde una voce («Weeeeeeiii? Chi hai detto di essere? Chi cerchi? Sì, sono io, ma non ho capito chi sei. No, non so nulla dei tuoi perni. Vuoi sapere la strada per arrivare qui? Ti do questo numero, chiamalo e chiedi a questa persona»). Dopo venti minuti di telefonate a mezza Suzhou ho capito che devo arrivare alla statale G312 e poi chiedere di nuovo. Facile, basta seguire i cartelli. Solo che le indicazioni a un certo punto spariscono. Mi fermo. Chiedo a due passanti. Mi dicono che devo tornare indietro, poi quando arrivo sulla G312 girare a sinistra e proseguire fino al semaforo. Arrivo a uno stradone, di cartelli neanche l’ombra, immagino sia questa la G312, giro a sinistra e mi ritrovo fermo in mezzo a una colonna di camion. Dopo mezz’ora di coda a velocità pedonale si arriva a una rotonda, dove tutti suonano il clacson e nessuno si muove. Mi chiedo dove sia questo benedetto semaforo, finora non ne ho visto nemmeno uno. Mi viene il dubbio che il mio informatore per “semaforo” intendesse un grosso incrocio (non sarebbe la prima volta che mi capita) e si riferisse questa rotonda. Provo a telefonare di nuovo, ma non riesco a prendere la linea. Intanto il groviglio di automezzi si fa sempre più indistricabile. Mi innervosisco, decido di scappare da quel caos. Trovo un varco sulla destra, mi infilo rischiando di provocare qualche tamponamento. Imbocco una stradina stretta, che mi porta in mezzo a un villaggio di case povere e strade di sabbie mobili. Comincio a pensare che non uscirò più da lì. Poi, miracolosamente, ritrovo una strada conosciuta, e torno al punto di partenza.
Richiamo l’ultima persona che mi ha dato le indicazioni, gli (le?) spiego dove sono.
«Nooo, cosa ci fai lì? Ti avevo detto di arrivare alla G312».
Mi auguro che possa ingoiarsi il telefono, riaggancio e mi rimetto in marcia. Arrivato di nuovo nei paraggi della terribile statale, mi fermo all’ingresso di un “Logistics Center” per chiedere al guardiano informazioni sul percorso. Nella guardiola c’è un vecchio dagli occhi spenti.
«Mi scusi, mi può dire dove si trova questo posto?», gli chiedo mostrandogli un indirizzo scarabocchiato su un foglietto.
«Non ho gli occhiali, non ci vedo».
«Allora glielo leggo io…».
«Non serve, non abito qui, non conosco la zona».
«Almeno mi può aiutare a contattare questa persona e capire meglio da che parte devo andare?».
«Sono un po’ sordo, non sento quando mi parlano al telefono».
«Beh, grazie lo stesso, arrivederci».
«Hmm».
Ormai comincio ad avere la vista annebbiata, e sento che la pressione arteriosa sta schizzando verso l’alto. Che fare?
Telefono di nuovo al mio interlocutore misterioso.
«Ancora tu??».
«Per l’ultima volta, mi vuol dire dove devo andare quando arrivo sulla G312?».
«Vai verso Est!».
«E dove cavolo è l’est? Come faccio a orientarmi??!!!».
«Uffa, gira a destra! E poi vai fino al semaforo!»
«Ma non c’è nessun semaforo! Ho trovato code, incroci, una rotonda, ma semafori no!!!».
«Vai fino al semaforo!».
Mentre cominciano a piovere santi dal paradiso, cerco di stare calmo ed evitare la prima crisi isterica della mia vita pensando che mi trovo ormai nei pressi della meta e che i perni che devo recuperare sono urgenti, ormai non posso fallire!
Arrivo di nuovo alla tremenda rotonda, questa volta il traffico è più scorrevole. Come per magia, cento metri oltre la rotonda, intravedo un semaforo, che quand’ero giunto qui prima era nascosto dalla murata di camion. Ce l’ho fatta!
Un’ora e mezza dopo, consegno i perni in fabbrica, e minaccio di picchiare il direttore di produzione se non li userà subito. Ci sciogliamo in una risata liberatoria, e tutta la tensione e la stanchezza svaniscono magicamente in quell’attimo.
***
E’ quasi arrivato il momento di ripartire per l’Italia. Ha smesso di nevicare, i notiziari dicono che le strade sono nuovamente praticabili. Con me c’è anche Carlo, un collega italiano. Io ho il volo venerdì notte, lui sabato pomeriggio. Giovedì c’è il sole. Prenotiamo due camere in un albergo incollato all’aeroporto di Pudong (non si sa mai…) e approfittiamo della tregua meteorologica per metterci in viaggio. Siamo fortunati, arriviamo a destinazione in poco meno di quattro ore (normalmente ne bastano due).
In camera accendo la televisione, i notiziari della CCTV danno ampio risalto al maltempo. Giornalisti intrepidi intervistano autisti bloccati sulle autostrade ghiacciate della Cina interna, colonne sonore strappalacrime si alternano a musiche trionfalistiche mentre sullo schermo scorrono immagini di soldati che spalano, poliziotti che consegnano ciotole di riso caldo a camionisti sorridenti. I giornali pubblicano e ripubblicano le foto dei massimi dirigenti cinesi che parlano alle folle sterminate bloccate nelle stazioni.
Usciamo, faccio provare a Carlo l’ebbrezza del Maglev (questa sera va solo a 300 km/h, che senta anche lui le intemperie?). Fa freddo, ma il cielo è stellato. Forse è tutto finito, finalmente.
Forse.
Venerdì il cielo è di nuovo grigio. Fa molto freddo. Verso le tre del pomeriggio, ricomincia a nevicare. Fitto, fittissimo. Non smette più.
Alle nove sono in aeroporto, i voli sembrano tutti regolari. O meglio, non ci sono annunci di ritardi e cancellazioni, ma i voli che dovevano partire alle 18 risultano “chiusi” ma non decollati. Strano… L’imbarco sul volo per Monaco è puntuale, mentre nevica senza sosta e la pista comincia a imbiancarsi. Chiamo a casa, chiamo gli amici, sto partendo, tutto regolare, buon anno del Topo. L’aereo è pieno. Le ali sono completamente ghiacciate.
Comincia la serie di annunci.
«Imbarco completato».
«Signore e signori, è il comandante che vi parla. Come potete immaginare, non possiamo certo partire con le ali ghiacciate. Vi chiedo comprensione e pazienza, perché questo aeroporto non è attrezzato per fronteggiare eventi atmosferici del genere, e per scongelare le ali siamo stati messi in lista d’attesa. Non so davvero prevedere quanto tempo ci vorrà, ma posso dirvi che siamo il numero 22 della lista».
Risate, borbotti in tante lingue. Scopro che il mio vicino di sedile è un italiano di Torino, cominciamo a chiacchierare, facciamo ipotesi sui tempi d’attesa: venti minuti ad aereo, moltiplicati per ventidue aerei… uguale quattrocentoquaranta minuti. Almeno sette ore.
Ogni tanto il comandante si rifà vivo.
«Siamo il numero diciotto!»
Applausi.
«Siamo il numero quindici!»
Grida di gioia.
Le hostess servono la cena. Viene proiettato un film. Ogni tanto do un’occhiata alla pista. Passa un omino che spinge una sedia a rotelle vuota, e scompare nel nulla. Poi si materializza un altro omino, che tiene una paletta nella mano sinistra, e una scopa di saggina nella destra. Cammina facendo sobbalzare la scopa nella neve, lasciando dietro di sé una serie di buchi. Ogni tanto si ferma e raccoglie qualche cartaccia con la paletta, finché anche lui esce dal mio campo visivo.
Chiamo a casa, siamo ancora qui, chissà quando partiamo. Richiamo amici che devono partire in mattinata, buon anno del Topo un cavolo, sono ancora a Shanghai. Un po’ alla volta tutti i passeggeri riaccendono i cellulari, prima di nascosto, poi sempre più sfacciatamente.
«Cara, sono ancora qui».
«Mi spiace signor Schneider, non so a che ora partiremo».
«Monsieur Blanchard, come faccio a dirle quando arrivo a Parigi?»
«Mamma, ti voglio bene».
Leggo un libro sull’Australia.
Mi addormento.
Apro gli occhi, è giorno fatto. E noi siamo ancora fermi in pista. Da sette ore.
«Signore e signori, è il comandante che vi parla».
Silenzio di tomba, orecchie dritte.
«Tecnicamente saremmo pronti per lo scongelamento…».
Applausi.
«Ma sono spiacente di comunicarvi che siamo andati fuori tempo massimo per lo slot, quindi il volo è cancellato». Fa seguire una lunga lista di “chiedo scusa”, “ci dispiace” e di diplomatici improperi verso la direzione aeroportuale.
L’aereo viene mandato in un’area di parcheggio. Ma non possiamo scendere perché manca la scala. Poi arriva l’autoscala. Ma non possiamo scendere perché manca l’autobus. Dopo un’altra ora di attesa, finalmente tutti e trecento siamo di nuovo al terminal, ripassiamo il controllo passaporti, e veniamo portati in un bellissimo albergo a venti minuti di strada dall’aeroporto, in attesa di comunicazioni.
Nel pomeriggio arrivano due belle notizie. Ha smesso di nevicare. E ripartiremo questa notte. Di nuovo a mezzanotte.
Per l’ennesima volta, chiamo il collega, gli amici, casa, per aggiornarci a vicenda sulla situazione. Chi deve partire è bloccato in aeroporto, (“è un carnaio!”), chi doveva partire ieri sera con il volo Air China per Milano è in un altro albergo (“è un freezer, manca il riscaldamento!”). Altri che erano riusciti a partire prima della bufera in direzione Bangkok sono dovuti tornare indietro perché all’aereo è scoppiato un motore. Tutti hanno una storia incredibile da raccontare. Ma finalmente, un po’ alla volta, le telefonate diventano più rade, finché arrivano un paio di messaggi: “Con quattro ore di ritardo, ma partiamo!”. Beati loro.
Scendo per la cena, il salone è pieno, il morale della “truppa” è alto. Noi italiani ci distinguiamo per il volume della conversazione e per la quantità di risate. Incontro altri due Stefani, uno di Como e l’altro di Torino. Quando qualcuno chiama “Stefano!”, rispondiamo in tre.
Arriva l’ora del ritorno in aeroporto. Check in puntuale, ma qualcuno butta là un “hanno detto che si parte al 90%”. I tabelloni con gli orari delle partenze segnalano cancellazioni e ritardi che variano fra il mostruoso e l’impossibile. Controllo passaporti. Controllo bagagli. Cappuccino scaramantico. Incontro l’infreddolito amico del volo Air China e la sua fidanzata. Anche loro partiranno questa notte. Ci scambiamo gli auguri di buon viaggio. Vado al cancello. Il volo per Monaco viene affiancato da quello per Hong Kong, in sala d’attesa si forma un affollamento bestiale. Poi sul monitor, come d’incanto, compare una sola scritta: volo British Airways per Londra. Commentini ironici a profusione. Al banco cominciano ad accumularsi due impiegati. Poi tre. Poi arriva un poliziotto, altri due impiegati. Quando diventano undici, cominciano a litigare. Qualcuno dei passeggeri suggerisce “se dobbiamo scongelare le ali, dateci anche degli spazzolini e grattiamo via il ghiaccio noi!”. Finalmente ci imbarcano. Tutti a bordo!
«Imbarco completato».
Mi sembra una scena già vista.
«Signore e signori, è il comandante che vi parla. Partiremo immediatamente!».
Grida di giubilo.
L’aereo si muove, arriva sulla pista di decollo, dà potenza ai motori, accelera, la rincorsa sembra infinita. Tutti trattengono il fiato. Quando il muso si solleva e le ruote si staccano da terra, scatta un applauso breve ma intenso. 26 ore di ritardo, ma ce l’abbiamo fatta.
Arrivato in Italia (dopo il collega che doveva partire dopo di me), leggo sui giornali cinesi online che quella notte si è abbattuta su Shanghai la peggiore bufera di neve degli ultimi 60 anni. I voli ritardati e cancellati sono stati oltre cinquecento.
Ripenso ai milioni di cinesi bloccati, ai paesaggi imbiancati, alle città isolate, a quelli rimasti senza corrente, acqua, riscaldamento, all’amico Cesare che ha percorso cinquecento chilometri in venti ore, ai soldati che spalano, alle ali ghiacciate. Capisco di essere tra i fortunati. Sono partito, sono sempre rimasto al caldo, sono arrivato a casa.
E per una volta, sì, per una volta, sono contento di essere uscito di lì.
Stefano Bona
Le foto “on the road” sono di Carlo Catalano
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