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Da Marco
Fotografie di pensieri in una scatola rossa Stampa E-mail
01 marzo 2008

 

di Chiara DG

 

“All of sudden I got China on the brain again, I got it on and I couldn’t get it off”

 

Parte prima: Alla ricerca di una colonna sonora…

 

 

 

 

“Crossroads” - Tracy Champman

 

Volo BA XXX Shanghai Pudong-London Heatrow.
Nomi strani, incontestualizzabili qualche mese fa. Familiari ora.
Un volo che mi riporterà a casa.
Eppure ricordo ancora ogni istante di quello che mi ha portato fin qui. Ogni dettaglio, ogni secondo, ogni sensazione.
O troppo forti o troppo recenti. Penso.
Vi è poca gente intorno a me. Sedili vuoti. Oggetti personali che invadono spazi altrui.
27 Dicembre. Si viaggia prima o dopo.

 

Un ferrino 90 e uno zaino notebook chiuso a fatica, stracolmo di libri. Prima.
Un ferrino 90, una nuova suitcase e uno zaino notebook chiuso a fatica, stracolmo di ricordi. Ora.

 

Partita con libri, libri, libri, libri, una tesi, un progetto da finire, qualche vestito, 18 kg di bagaglio e tanta voglia di allontanarmi da un paesino di 11-12 mila abitanti.
Febbraio 2007 un'application per uno stage."Inserisca in ordine le sue preferenze".
Primo criterio di scelta: qualcosa che sia diverso, che stimoli la mia mente, con cui confrontarmi-scontrarmi, da aggiungere al mio bagaglio personale.
Secondo criterio di scelta: la quantità di tempo concessa lontano da qui.
Prima scelta: Cina. Seconda: Kazakistan.
Un’application spedita velocemente, senza reali speranze. Un solo posto.
Uno stato di stordimento e felicità alla risposta positiva. Ma nessuna reale comprensione della portata dell’esperienza.
Era solo allontanarsi dalla solita vita, dalle solite serate che a una ragazzina di 24 anni non bastavano. Un copione già scritto, una trama scontata. Come quella del libro che divoro in un London-Shanghai flight. La stessa trama. La stessa identica trama. Qualcuno che racconta le mie sensazioni. Non sono poi così speciale...Penso un po' amareggiata, un po' sollevata. Nulla di irreparabile dunque! Un sarcastica espressione increspa le labbra.
Momenti in cui tendevo ancora a incasellarmi in una descrizione.

 

I saluti veloci a un padre in aeroporto.
La leggera adrenalina che accompagna ogni partenza. Il gusto dell'ignoto, dell'imprevedibile.
La leggera paura dell'ignoto, dell'imprevedibile. Che ti accompagna sempre fino al sedile. Poi un respiro sopraggiunge. Profondo, denso. Gli occhi si fermano. Immobili, decisi. Non si scappa. Dicono. E la paura scompare. Vi è decisione. Vi è euforia. Vi è forza. Vi sono io. Solo io. Come mi piace essere.

 

Sorrido.
Ora.
Un sorriso discreto. Un sorriso che va a ritroso. Mi rivedo in ogni istante. Sorrido a quella Chiara. Sorrido alle altre. E a quella di ieri, già così distante da quella di oggi.
Non l'ho ancora imparato. Dove il viaggio mi porterà. Ben oltre i posti.
Non ho ancora capito. Dove il viaggio finirà. Non lo è ancora.
Piego le gambe sul sedile.
Guardo l'ora...dovrei cercare di dormire. Tutti dormono. Poi risentirò del jet-lag.
Ci provo.
Copertina blu, mi rannicchio in un angolo del sedile, prendo la terribile mascherina per gli occhi e velocemente, incurante e non di quanto possa sembrare buffa, la metto. E simulo il sonno. Non è mai servito contare le pecore. Quindi non tento neppure. Cerco solo di lasciare andare i pensieri, di ricordare situazioni, di immaginarne altre. La strada verso il sogno che mi condurrà al sonno.
Ci provo. Ci riprovo. Ci provo e riprovo ancora. Tengo fermamente chiusi gli occhi.
Nulla da fare. Adrenalina. Bisogno-desiderio di scrivere, di pensare. Di dare sfogo a pensieri della mattina, della sera, di adesso.
Vorrei che la mia mente si fermasse talvolta. Vorrei la piacevole sensazione dell'oblio.
E ora, come al solito, le mani scorrono, cercano una biro, un portatile. Un foglio.
Scrivere, scrivere, scrivere. Annotare. Fogli sparsi in quel caos che riesco a creare dall'ordine in pochi secondi. Nella mia borsa pc.
E scrivo e penso. E incomincio a realizzare. I miei 120 giorni in Cina.
E seguo il corso dei pensieri e seguo le mie vie a me sconosciute.
Com'è tutto così diverso da ieri. Ieri era un camminare sofferente per Shanghai e pensare di non potervi restare un secondo di più. Non un istante. Shanghai era ostile. Ogni cosa poteva annoiarmi. Nessun divertimento nel contrattare e nelle cose che mi piacciono tanto. Un solo desiderio: un posto calmo, tranquillo. Le mie lunghissime passeggiate accantonate velocemente per una metro. Con scusa il leaving party della sera precedente. Il mio. Il troppo alcool ancora nelle vene e il poco sonno.
Semplicemente mi ripetevo che forse i giorni scelti e passati erano addirittura eccessivi. Fuga fuga fuga fuga.
Questo il pomeriggio.
Totalmente diversa la situazione questa mattina.
Chiudo gli occhi.
E li rivedo.

 

Imponenti, possenti, altissimi. I pilastri di Shanghai. I signori di Shanghai. Si ergono davanti ai miei occhi. In piedi, quasi si fossero alzati nel sole mattutino.

 

Questo fantastica la mente su un taxi Caoyang-Longyang subway station, con una dannata bellissima canzone in sottofondo proveniente da una radio cinese che mai ne passa una buona.

 

E la guardo.
E vorrei essere all'inizio.
Sono alla fine.
Il taxi corre velocemente. Troppo.
Rallenta. Rallenta. Piano. Piano. Lasciamela osservare ancora.
Occhi assetati di immagini, dettagli, particolari, ricordi. Lavorano incessantemente.
E la decisione viene presa.
Con passo deciso oltrepasso "The bank of China".
Divento un poco avara negli sms di saluti.
I'll be back.
Una scheda "china mobile" e qualche banconota cinese in tasca.

 

China 2007. Un alternarsi di sensazioni ed eventi. Un alternarsi di sensazioni a cui non si può sopravvivere. Non nelle stesse sembianze.
China 2007...
Penso.
...sono false spoglie abbandonate, è riconoscersi-conoscersi in uno specchio, sono germogli di amicizie, sono lotte in ufficio, solidarietà, sono discussioni, sono notti insonni, sono passeggiate notturne, è la cima della collina su cui mi rifugio, è l'anonima Changzhou, è osare, sono italian swear words, è maschilismo, classismo, ignoranza, è stress...sono progetti accantonati, è una stanza immensa e solare, è l'impossibilità di scorgere il palazzo di fronte al mattino, è jogging alle 6, è il negozio all'angolo sotto l'ufficio, l'acqua, i diversi tratti etnici che mi incantano, una lingua arma a doppio taglio, vestiti rosa e pupazzetti per ragazze-donne-bambine...è un aneddoto ogni giorno.

 

 

“Say it right” - Nelly Furtado

 

E' tardi. Siamo stanchi, affamati. Il solito girotondo fra taxi, flat, treno, metro e sono già le 22.
Fame.
E' venerdì sera "da Marco". Il venerdì seguente la settimana di vacanza con i cinesi. Un venerdì solo occidentale. Per la prima volta è palesemente avvertito il bisogno di un break per riconciliarci con questo popolo. Ne abbiamo fantasticato tutta la settimana. La mia richiesta è stata accolta senza obiezioni. Sanno che ne ho bisogno. Desiderano del buon cibo.
E lo sguardo gode di dettagli.
Il taglio dei pantaloni, i jeans, la camicia, il portamento. Piacere di sensi e intelletto.
In uno strano stato di stordimento in parte non sento, in parte ignoro i ragazzi che affamati mi esortano a parlare italiano e chiedere un tavolo.
Non lo faccio. Un po' per timidezza, un po' perchè mi sembra arrogantemente stupido parlare italiano a Shanghai, un po' per non essere riconosciuta.

 

Italiano, non italiano, decisamente italiano, maybe. ..

 

Gli occhi sono spalancati. Superattivi e confusi. Mi sento una bambina in un parco giochi.
Fra un bicchiere di bianco, l'attesa, lo zaino per terra, un tavolo per quattro, un menu.
Margherita e cola. Dannatamente classica al contrario dei particolari spaghetti, del carpaccio e altro dei miei compagni.
Vi è calore. La sala è piena. Le persone parlano e io cerco di coglierne i discorsi.

 

Un mese totalmente senza Italia. Senza suoni, parole, discorsi, cibi, persone.
Un mese di Cina, ma non solo. Di Australia, Germania, Inghilterra, Bosnia...

 

Non dico nulla per non farmi riconoscere. Etichettare. Se così avviene. Mi limito a guardare.
Sopracciglia marcate, scherzi, persone che si abbracciano, una festa di compleanno, maialino farcito.
Rispondo alle domande dei ragazzi, spiego situazioni, ipotizzo provenienze. Tutto mentre osservo di nascosto. Quel fascino, quel non so che che mi ha sempre attratto e attrae. Che non ho trovato in questi stranieri che ormai conosco bene. Che credo prerogativa di un popolo. O credevo.

 

E c'è poi quell’”affetto”, quasi da grande famiglia, che scopro essermi mancato.
Dettagli-abitudini di un paese da cui sono fuggita e che mi ritrovo ad amare.
E' così facile amare qualcosa quando se ne è distanti.
I ragazzi sostengono che non rispecchio lo stereotipo della ragazza italiana. Che non lo sembro.
Lo vorresti sembrare? Non trovo risposta.

 

Cerchiamo divertimento in un club dagli infiniti drinks. Noia, uno, noia, ecco il secondo. L’arduo lavoro del conquistarsi spazio vitale vicino a improvvisate coppie in mezzo alla sala. Troppo giovani forse per capire che maggior divertimento a minor prezzo è possibile in una stanza d’albergo. O almeno lontano da me, penso innervosita. Altro drink.
Ed è the second floor semivuoto, vuoto. In cui il divertimento ha inizio. Fra giochi di specchi, balli in cui ci cimentiamo, qualche drink, ma non mio, ruoli.
Ed è un taxi. In tre. One left.

 

 

”Paint it black” – Rolling Stones

 

E'la quinta sera di un'interminabile vacanza.
Guizhou trip, prima settimana di ottobre. Io, due tedeschi e nove cinesi.
Quella che è iniziata come un'irripetibile esperienza, animata dalla voglia di comprendere e conoscere l'altro, sta lentamente degenerando in uno scontro di culture e incomprensioni. Incomunicabilità. Talvolta dovuta a differenza linguistiche, talvolta creata, talvolta mantenuta.
Siamo arrivati verso sera e dopo una breve cena seduti a un tavolo in uno spiazzo, siamo tornati in albergo. Nella stanza doppia che Joyce, la mia collega cinese, ha detto dover essere divisa fra sette ragazze.
E' abbastanza ampia. Una piccola zona d'ingresso dotata di divano, una porta sulla sinistra che conduce alla stanza reale dotata di un’altra porta, quella del bagno.
Siamo solo in quattro ora. Io e tre ragazze con cui non ho quasi mai parlato: una dalla Mongolia, una da non so quale provincia e una da questa. Non vi è traccia delle altre. Nessuno mi ha detto nulla. Cerco di capire se devo restare o andare. Mi avrebbero avvisato. Chiedo informazioni all'unica che comprenda qualche parola in inglese, ma non mi risponde. Un’altra si avvicina, mi indica il bagno e mima l'azione di lavarsi i denti. Annuisco. Gentili a darmi la possibilità di farlo per prima.
Qualche minuto ed esco dal bagno avviandomi verso l’ingresso per riporre lo spazzolino nella borsa.
Quindi richiudo la porta del bagno, cammino, oltrepasso la seconda porta e questa viene immediatamente richiusa alle mie spalle. La chiave girata.
Mi hanno chiuso fuori dalla stanza principale e dal bagno.
Mi siedo.
Perplessa, allibita.
Comprendo la difficoltà linguistica, ma se una ragazza cinese si trovasse nel mio paese, se fosse in vacanza con me in un paese totalmente diverso dal suo, cercherei di farla sentire a suo agio.
Penso.
Loro mi hanno chiuso fuori.
L'ennesima disavventura in questa settimana.
Decido di non prendermela, ho un ingresso tutto per me, un divano, un sacco a pelo.
Presto sarà mattina. Punto la sveglia.

 

“Fast Car” – Tracy Chapman


"What are you going to do tonight?"
"I'McleaningTHEkitchen,thenIdon'tKNOW.WalkingTHROUGHtheCITYtakingPICTURESorAmovie.WhatDOyouWANTtoDO?"
"Walking sounds interesting. What time?"
"9downstairs"
Il cellulare viene posato sul tavolo. Ripreso. Riposato. Sfiorato da uno sguardo perplesso.
What's going on?
La testa scuote i capelli. I capelli si muovono. Easy tentativo di annullare ogni pensiero. Un tentativo che riscuote successo.
La spugna scorre velocemente sul ripiano della cucina per l'ultima volta. Viene poi posata in un angolo e i dettagli vengono posticipati. The microwave tomorrow.
I pensieri corrono : "Levis engineered, giacca...mmm...", spazzola, capelli, make up...
La porta che si chiude accompagna la certezza di essere troppo in orario...
Non fa freddo fuori. Si sta bene in giacca. Ed è buio. Non che questo fornisca maggiori informazioni. E'buio da metà pomeriggio qui.
Non il primo, ma il secondo portoncino. Penso. Sono pronta ad aspettare...at least 5 minutes. E invece le scale si illuminano e un cappellino grigio compare fra le grate.
"Ok, let's go!...where?"
"Don't know. No particular idea."
Dieci metri, primo incrocio.
"Destra?"
"Destra"
Una piccola decisione dopo l'altra.
"Never seen a supermarket here"
"Me too"
"We can buy some beers. Do you want one?"
"I don't drink beer, you know".
"Ok, so a couple of beers?"
Una risposta fra riso e sorriso.
A couple of beers. Destra sinistra, sinistra destra. Strade vuote e pavimentazione sconnessa.
Pavimentazione sconnessa??? Come possono queste piastrelle essere già fuoriposto? Il marciapiede non avrà neppure un anno...Mi chiedo, gli chiedo, mi chiede. We talk about China.
Camminiamo senza impegni, senza pensieri a breve scadenza.
Camminiamo semplicemente. Ho perso la via del ritorno al secondo incrocio.
"Don't worry, I know"
"I don't trust you"
"Ja, I know"
Sorridiamo.
E' una scelta di vie isolate, quasi silenziose, di cantieri notturni che scrutiamo, di cui discutiamo. Un ponte su cui osserviamo un fiume-torrente secco. Quasi secco. Inquinato. Non quasi. Ed è Venezia su quel ponte.
"No, no, non mi piace Venezia. Questa non è Venezia."
"You can't! You've to. You're italian."
"Non mi piace, è sporca, è decadente...mmm..well you're right! it's dirty here...so for me we're like in Venice!"
We play the Venice scene.
Su un ponte, in una via di Changzhou che non saprei ritrovare, iniziamo così a recitare immaginari copioni. Divertente abitudine che non abbandoneremo nei mesi successivi.
Racconti e storie di bambini ci accompagnano in quest'esplorazione notturna della città.
Poi la testa che inizia girare per la cena mancata e le birre water taste sono la strada per il bbq restaurant.
C'è poca gente per strada, ma forse più di quanta uno se ne aspetti. Qualche giovane, street food sellers...
Seduti a 5 cm da terra, aspettiamo quanto ordinato.
Boboa, esuberante ragazzina commessa dell'hairdresser, ci viene incontro.
Gli occhi sorridenti, l'inglese abbozzato, un viso oltremodo bianco, ci fan festa. Festa per noi, "suoi amici".
Chiede, si informa, mi guarda perplessa.
Cosa fate qui? Bevi birra? E' il tuo ragazzo?
No, rispondo sorridendo.
Jan ride.
Si parla a lungo in questa serata di scoperte reciproche. Lontani dall'odio a prima vista che ci univa fino a pochi giorni prima.
Una vaschetta di PS nelle mani e siamo nel parco. "Let's go, I'll show you a place".
La cima della collina.
Fra nessuno e coppie nascoste fra le panche ci sediamo. E al buio dei palazzi illuminati, nel silenzio, schiena contro panca, contrattiamo la cena. Tofu, aubergines e mushrooms for me.
E poi vi è solo il silenzio in questa città dove squadre apposite sono state istituite per sconfiggerlo.
E' bandito sai...
…ma forse ora sono in pausa...
Ma siamo già oltre. Siamo su uno scivolo, su una scala in un parco per bambini.
E siamo oltre. Di nuovo. Su un pedalò ancorato alla riva.
E sono stelle nel cielo. Stelle fra l'essere distanti e vicini.
"I'm cold and it's late. Let's go."

 


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  Commenti (4)
1. Scritto da annaluna, il 06-03-2008 04:33
....continua cosi, leggerti e' un incanto! mi spiace molto non averti conosciuta! Grande Chiara!
2. Scritto da editor, il 06-03-2008 11:26
Mi unisco ad Annaluna (idealmente...), modestamente ho avuto ragione! Brava davvero Chiara.
3. Scritto da webmaster, il 06-03-2008 16:44
io mi sono commosso in piu' punti del testo, ma oramai sono in uno stadio avanzato di squilibrio emotivo.... Scherzi a parte ho trovato tutti i testi di Chiara emozionanti
4. Scritto da Stefano, il 08-03-2008 09:06
Concordo con tutti, e il webmaster ha ragione nonostante gli squilibri :grin Chiara hai un dono, quello di essere profonda ed emotivamente coinvolgente, di dire cose non scontate, e di dirle cosi' bene. Brava!

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