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Fotografie di pensieri in una scatola rossa (2/3) Stampa E-mail
10 marzo 2008

 

di Chiara DG

 

“All of sudden I got China on the brain again, I got it on and I couldn’t get it off”

 

Parte seconda: Zapping

 

 



Subcity – Tracy Chapman


Le telecamere riprendono i nostri visi.
Siamo seduti al solito tavolo della meeting room. The boss a capotavola, io alla sua sinistra, poi collega cinese e Lockie. Alla sua destra Mladen e collega cinese.
Ancora una volta siamo strumento per acquisire notorietà e clienti.
Forse ci presteremmo anche volentieri a questo genere di cose, o solo un po' di più, se il nostro ruolo non si limitasse ad esse. O almeno il mio. Da designer a valletta.
The boss parla. Parla con Lockie e Mladen di possibili progetti,"importanti opportunità" per l'azienda. Lockie è arrivato due giorni prima di me. Mladen è arrivato da due giorni. Io sono qui da un mese e mezzo.
Parla e gli assegna importanti, "interessanti progetti", almeno sulla carta.
Il dialogo prosegue sull'off della telecamera.
Un pubblico discorso che è diventato quasi privato e circoscritto a tre persone.
Non vi è spazio. E the boss non mi ha ancora rivolto una parola.
Poi si volta e mi guarda.
"Chiara, if you want you can try to learn ProE."
Gelo.
E' la stessa frase che mi ha detto il primo giorno. Tutta la prima settimana e quella successiva. Tutto il primo mese. Fino ad oggi. Tutte le volte che mi vede.
"George, so utilizzare ProE. Lo utilizzo da tre anni."
Rispondo. Come gli ho risposto il primo giorno, la prima settimana, il primo mese, fino ad ora.
Gli rispondo, ho risposto e risponderò questo fra il mio non ricevere nessun progetto e il riceverne fin troppi di Lockie. Nessuno dei due è stato messo alla prova. E io ricevo nulla. E lui non riceve nulla.
L'immagine ritorna al presente.
"Chiara, if you want you can try to learn ProE".
Mi risponde George.
"George, so utilizzare ProE. Lo utilizzo da tre anni."
Nella distanza che ci separa vi è il lavoro che tutti i giorni faccio al posto di Lockie, a cui questo programma è sconosciuto. Un lavoro-accordo pur di non passare otto ore a far nulla, pur di imparare.
"Chiara, if you want you can try to learn ProE. If you need help, ask Lockie".
Mi dice George.
"George, really, I can use ProE. I always use it".
"Chiara, if you want you can try to learn ProE. If you need help ask Lockie."
"Oh, ok...I'll try and thanks if I need help I'll ask Lockie."
Parole che pronuncio mentre il tempo della meeting room è finito e mi avvio al mio posto.
Per un pomeriggio di lavoro non lavoro.
E c'è Lockie in sottofondo. La cui voce sento pronunciare frasi in "mio aiuto" alla volta di George.
Le mie labbra mimano un "non importa, lascia stare".
Alla rabbia alla mia scrivania faranno compagnia le parole di Jamie " è stato lo stesso per la ragazza svedese e per Carol dopo, non sei tu". Mi dice ripensando al suo anno, anno e mezzo passato nello studio. Leggendomi in faccia quello che penso. Sono sempre fottutamente trasparente.
"Sono arrabbiata. Se sbagliassi accetterei di essere trattata da stupida, ma loro lo fanno senza che io sbagli..."
"Non sprecare tempo. Tu impara, fai cose per te e fai comunque del tuo meglio" mi dice Jamie.
"Lo so, lo so. Lo sto facendo...disegno, faccio tutorials, lavoro per gli altri. Sono contenta di essere qui, e anche questo serve...sono solo arrabbiata ora."
Non importa mi dico e continuo.
Continuerò.
Otto ore al giorno, quattro mesi.
E la scena si ripeterà con battute simili fino alla fine. O quasi.


“Sweet child o’ mine” – Guns N’ Roses


In programma una stranamente priva di impegni serata a Changzhou.
Mi concedo una lunga doccia dopo-lavoro ignorando per una volta le mie manie “save water”. Lunghissima e rilassante. E mi aggiro per l’appartamento. Piedi scalzi, un paio di pantaloni rossi NY, capelli bagnati raccolti a chignon.
Sono impegnata in una vana ricerca di una cena nel frigo. Ne scruto l’interno per alcuni minuti. Burro di arachidi e banane. Il pasto preferito di Lockie decisamente non mi attrae. At all.
I ragazzi rientrano e riescono velocemente per una corsa serale che declino. Nell’accendere il computer, con i Gun’s che invadono l’appartamento, già pregusto una tranquilla serata a sistemare foto e ascoltare musica.
Sms. Fight club. Bring some beers for us. Suggerisce.
I’m not going to bring beer for you! I’m not your slave! Gioco.
Nel probabile sospiro di Robert e Jan che mi immagino in un appartamento a 200 metri distanza e due piani più su, in uno studiato ritardo, sono nel loro appartamento. Stremata da sette piani di scale.
What’s wrong with you, girl? We didn’t mean you are a slave…
You could say please, or may…
Un sorriso malizioso, le scarpe di fianco alla porta e il film mi cattura. Sebbene io non riconosca Brad, che scoprirò co-protagonista il giorno successivo. Mai stata fisionomista…
A pochi minuti dal finale, un rumore.
The mouse!
The mouse? sono in piedi sul divano di legno prima di finire la frase, non capendo e non sapendo che il topo può arrivare anche qui. Richiedo le mie scarpe, che agito, sbatto, rovescio alla ricerca di un fantomatico topo.
Sullo schermo le immagini di un finale che mi perdo.
In un paio di minuti sono per le scale, seguita da Jan-senza sigarette.
Cigarette on the corner e ci dirigiamo al mio portoncino ipotizzando jogging alle 6.
Una colonna, una sigaretta accesa, un’enigmatica espressione, la mano che cerca le chiavi in tasca e che apre il portoncino.
Scomparire su per le scale con troppe domande e troppe risposte.
Un breve riposo. Jogging alle 6.


“Hard Sun” – Eddie Vedder


Le parole risuonano nella mente. Senza sosta.
Quattro parole e una virgola. Immaginaria punteggiatura percepita forse ancor più delle parole.

Non avevo idea di quanto questo giorno sarebbe stato importante mentre camminavo in silenzio verso l'ufficio. Non sapevo che avrei ricevuto un nome mentre un passo dietro l'altro cercavo di stare al passo dei miei due compagni. Nei 25 minuti flat-Changzhou Animation Base. Di tenere un ritmo che tendevo a perdere nei sentimenti di demoralizzazione e nervosismo. La mia frustrante condizione lavorativa. Mi ponevo numerose domande su come generare possibili cambiamenti, sul mio modo di reagire alle situazioni, forse sbagliato, sul mio essere paranoica. Domande che avevo messo a tacere proponendo impegno per la nuova giornata.
E avevo tenuto fede al piano.
Seduta davanti al mio computer, in una delle posizioni più tattiche dell'ufficio, guadagnata a fatica, non ne avevo approfittato. Una mattina passata fra i segreti di un quasi sconosciuto 3DMax, fra palline che rimbalzano su scritte, fra pencil render e scacchi modellati. Immersa nel mio mondo musicale non me n’ero quasi accorta: meeting. Un annuncio. Un progetto. Un nuovo progetto per tutti noi.
L'eccitazione per nuove possibili idee, soluzioni era sopraggiunta. Quella caccia al tesoro che rende questo lavoro interessante. E ci eravamo alternati in una danza di affermazioni, domande e risposte. Una parola a cui qualcuno ribatte con un’altra a cui qualcun altro risponderà e ancora e ancora e ancora.
E ora la palla era nuovamente mia.
Nell'esporre il mio punto di vista, quello che secondo me era il problema, le parole fuoriuscivano in un inglese ormai familiare e …e…e…stop.
stop
stop
stop
stop
Un brusco stop.

Le parole tornano indietro. All’istante.
"Listen to me, (virgola) girl!"
Mi fermo. Lo sguardo si solleva. I miei occhi sono fissi in quelli di Cici. Collega cinese, probabilmente più giovane di me.
Listen to me, girl??? ripete incessantemente la mente
Listen to me, girl???
Gli occhi sono fermi. I miei.
Percepisco lo sguardo di Lockie, il tocco della mano che ferma ogni parola che sto per pronunciare con una saggezza e un self control che mi sono sconosciuti. Taccio. Robert pronuncia una frase qualsiasi per rompere l'istante.

Listen to me, girl??? Listen to me, girl??? Listen to me ,girl???
Ripeterò ad oltranza in pausa pranzo...
Listen to me, girl??? Listen to me, girl??? Listen to me, girl???
Ripeterò per strada, istericamente urlando, confermando l'idea "le ragazze italiane sono piene di vita" di Robert. O più semplicemente "non sono stupida e non può trattarmi così”. Ripeterò per strada, istericamente urlando.

E sono arrabbiata, frustrata, seduta sui corti gradini di una solitaria scala con lo sguardo che si perde in fatiscenti dettagli subito dimenticati, con le labbra serrate, con permalosi silenzi che rispondono a infiniti sorridenti ” listen to me, girl!” di quattro bravi ragazzi. Così ad oltranza nei giorni che passano fino a quando una parola acquista il sapore di un gioco sulle mie labbra :“I don’t want, I want to do something different , I ‘ve the right to decide, I’m THE GIRL” parola magica che pronuncio sorridendo.
Un diritto, un capriccio, che imparerò ad usare, di cui approfitterò, talvolta, in questo paese.


”Sympathy for the devil” – Rolling Stones


C'è qualcosa che non va. 55 minuti su un tapis roulant per annegare un pensiero.
C'è qualcosa che non va. Una doccia calda per annegare un pensiero.
C'è qualcosa che non va. Una lunga camminata in una via poco battuta. Un gruppo di ragazzini in mezzo alla strada gioca "allo spartitraffico è un ostacolo da saltare". Crazy guys della cui sorte incurante proseguo. Cammino. Cammino velocemente fino all'hairdresser shop con la speranza che un massaggio e dei capelli perfetti mi restituiscano il buonumore.

I pensieri cozzano. Sono nel solito vicolo cieco.

I capelli saranno troppo perfetti, già lo so. Capelli liscissimi per me che li voglio lisci. Capelli liscissimi per me a cui stanno bene un po' mossi. Con un po' di carattere. Personalità. Quel soffio di vita distante mille miglia da bamboline idolatrate.

Saranno troppo, troppo, troppo lisci. Troppo.
Dicono i miei occhi ad alta voce mentre si cercano nello specchio.
Mi cerco in questa parete che ho di fronte. Quattro giovani ragazzi cinesi parrucchieri in abiti neri eleganti-folli, due ragazze cinesi dal viso perfetto, una donna, una ragazzina dai capelli castano chiaro palesemente a disagio. Null'altro. Nessuna traccia di me. Non mi vedo. Non mi riconosco. I miei occhi ancora cercano i miei occhi.

E arrivano sms che ricevono risposte evasive. Solo due ore e mezza e sono fuori.
A pochi metri, una decina di passi, forse 13-14 dei miei, Jan e Mladen. Che non si posso evitare. Seduti a un tavolo, sul marciapiede al di fuori del bbq rest mi aspettano. Decine e decine di over sticks sul tavolo. Fifty? Maybe...
"We were waiting for you" Wow. Unico desiderio: scappare.
Un'improvvisa festa, il diversivo creato da Boboa ragazzina-commessa dell'hairdress shop-occhi solo per i ragazzi coi capelli biondi, e con un'astuta manovra mi allontano.
"I don't want to have dinner here and now, I’ve other plans" risponde a una domanda non espressa. A uno sguardo che oltrepassa.
"Come on, we waited for you" accompagna le gambe che si muovo più veloce di quanto possano. Quei movimenti concitati classici di quando mi do alla fuga. Cercando di recitare "sto solo camminando".

Sento che scappo. Le gambe vanno veloci, sempre di più. Salgo e scendo le scale.
Corro quasi.
E sono già là prima ancora di arrivarci. A sporgermi dal muretto, ad osservare Changzhou di notte, nel silenzio in cima alla collina.
All'importante e slanciato hotel che mi saluta in lontananza non rispondo.
Non è la prima volta. Che sono qui. Che non ricambio.
Non sarà neppure l'ultima.

Il mio posto in Changzhou.
Nè Cina, nè Italia.
Nè Changzhou, nè Oleggio.
Vi è silenzio, pace, non vi è nessuno. Non vi sono 11000 italiani, 5 milioni di cinesi, 4 coinquilini.
Una dimensione a parte che costruisco ogni volta. I dettagli fioriscono.

Mi sdraio su una panca, una di quelle a mezzo busto, e inizio a fare foto... foto stupide, impossibili, che non usciranno e così contemporaneamente lo faranno. Testimoni di risate solitarie, di un invadente silenzio in cui torno rinata.


“To Shiela” – Smashing Pumpinks


La via dei ristoranti della pausa pranzo si riempie la notte, si popola di banchetti, qualche coppia che vi si aggira, clienti...
Mi scopro stranamente e stupidamente sorpresa nell'allontanarmi. Situazioni che dovrebbero essere scontate, ma che ancora appartengono ad un altro DNA, che ancora non mi sono entrate nel sangue. Ancora immagino vie vuote la notte. Le stesse del giorno ma notturne, isolate.
China double face.
La rivedo mentre è già quella dopo. Mi scorre davanti agli occhi insieme ad un alito di incostanza, precarietà, instabilità, provvisorietà. Che apprezzo.
Costante sorpresa che rende ogni istante interessante, stressante, avvincente, che non mi rende apatica.

Un'umida gocciolina sulla pelle, numerose altre a seguire, un strana nebbia, capelli che diventeranno crespi, mi indispettiscono e inducono alla ricerca di un riparo, un tetto. Le braccia si ergono, le dita si allungano e posizionano nel tentativo di crearne uno...e i capelli si bagnano. Inesorabilmente.
I'm a girl...

uff
un sorriso fra le labbra
uff, uff, uffa
pronunciato al momento giusto, nel modo giusto
sorrido "you're improving. Right situation and pronunciation"
un sorriso soddisfatto

L'umidità colpisce. Vi sono calzini invernali a combatterla insieme alla sciarpa recuperata in fondo a un cassetto.
Ne avverto la morbidezza e intravedo il rosa pallido. Mentre leggera mi accarezza il viso, ve ne nascondo metà. Solo il naso resta fuori mentre entro in un 24 hours shop alla ricerca di qualcosa che combatta l'insofferenza pre-post-e-during rain...
E' un aggirarsi fra scaffali scartando dolci di dubbia panetteria, alcolici, carne secca, semi di girasole, finto cioccolato. Nulla soddisfa l'appetito mentale. Un pacchetto di fruittella colorate e sono alla cassa. Giocando a cerco di non masticarle me ne esco sotto una fastidiosa pioggia. Costeggio palazzi, ristoranti, banche, qualsiasi cosa.
Mi fermo. E il braccio si stende alla destra del mio viso. Indica il grattacielo e la voce illustra come si sposi perfettamente con il semicerchio creato dalle panche nell'altra semi metà della strada. Parole di un architetto improvvisato descrivono le ragioni alla base di un'architettura casuale conflittuale. "Il neon azzurro dell'edificio indica l'eterna lotta fra bene e male che si è costretti ad affrontare ogni giorno..."
Fra smog e aria pulita? domando. "esatto!"
Fingo attenzione. Forse meno che fingere. Mi perdo in un gioco descrittivo, al suono di aggettivi che aggiungo tolgo ignoro e conservo...


”Non sono una signora” – Loredana Bertè



Mercoledì sera.
Hairdresser o non. Non riesco a decidermi.
Lista dei pro e dei contro.
Capelli lisci, perfetti per qualche giorno, delizioso massaggio alle spalle...
Capelli troppo lisci, una quindicina di persone che mi scruteranno per qualche ora, due ore e mezza per qualcosa che posso fare in mezzora...
La mano spinge la porta, saluto e sorrido. Lo specchio riflette l'espressione imbarazzata.
Come on Chiara…
Niente da fare... seduta su una sedia nera, con i piedi che non toccano terra, mi sento rimpicciolire al cospetto di una commessa sedicenne che mi scruta e fornisce indicazioni ai presenti.
Mi guardo intorno alla ricerca dei miei 24 anni. Dove saranno finiti? Probabilmente nella borsa prelevatami e riposta nell'armadietto...ehi scusa avrei bisogno della mia borsa...niente, non mi capiscono.
Il tempo scorre.
"Please relax" mi dice il parrucchiere indaffarato a massaggiarmi le spalle.
Please relax? Come se fosse semplice...
E’ il momento della stiratura capelli. Delle domande sul weekend. Sul mio weekend. Cosa faccio? Starò a Changzhou? Quando sono libera?
Mi guardo nello specchio. Occhiaie, struccata, otto ore davanti al computer, la pelle del mio viso che reagisce malamente all'ambiente cinese...
Il cinese continua a chiedere informazioni sul mio tempo libero.
Non c’è limite all’interesse verso una persona solo perché è diversa, solo perché è laowai. La cosa mi indispettisce.
Ripongo la me quattordicenne.
"What are you going to do this weekend?" traduce la commessa, interprete fra me e la mia improbabile uscita.
"I'm not going to stay in Changzhou, I'll go to Shanghai" rispondo velocemente.
“Do you want to go with him?”
Lo guardo, la guardo. Nessun tentativo di trattenere una sarcastica espressione.
"Oh, I'm sorry. I'm going to go to Shanghai with 4 guys yet..."


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