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L'apparizione Stampa E-mail
11 marzo 2008
 

di Stefano Bona

 

Venne camminando leggera. Vestita di bianco. Un lungo cappotto bianco. Una sciarpa color vaniglia intorno al collo. Una rosa in mano. Venne camminando a piedi scalzi. Cantava.

“La vita nuova
È una fontana d’aria…”.

 


Cantava.
“…La luce dell’alba
Risucchia i sogni…”.

 

Cantava.
“… Non serve affannarsi
Quando arriva la gioia”.

 

Cantava. Una voce di velluto. Delicata, ma consistente. Incantatrice. Una delizia per le orecchie.
E il volto, il suo volto. Proporzionato, due occhi con un taglio perfetto, uno sguardo castano e profondo, le sopracciglia sottili, il naso minuto, leggermente all’insù, le labbra carnose che scoprivano una dentatura magnifica, la fronte alta, i capelli di seta nera lunghi fino alle spalle, la pelle chiara con un leggero accenno di rosso sulle gote e qualche lentiggine sulla parte alta del naso. Una delizia per gli occhi. Una creatura così non poteva essere umana.
Venne vestita di bianco. A piedi scalzi. Cantava. Ed era perfetta.

 

Era un mattino, all’ora di punta. Lei indossava un cappotto bianco e una sciarpa color vaniglia. Teneva una rosa in mano. Cantava. E camminava. In mezzo alla strada. Non una strada qualunque. Era la Yan’An Lu, sissignore, proprio la sopraelevata che attraversa il centro di Shanghai, da ovest al fiume. E che quando arriva al fiume fa una curva a sinistra, una balconata su Pudong, e poi scende, e lì finisce un pezzo di città, la città che scorre in alto, sopra le nostre teste. Pare che presto non ci sarà più questo pezzo di strada, la viabilità verrà modificata, e la città comincerà sempre più a scorrere in basso, sotto i nostri piedi. Evoluzioni della vita…
Lei era proprio lì, dove la Yan’an Lu fa l’ultima curva e scende e diventa una via normale. In mezzo al traffico motorizzato. Inferno di polvere e piombo e fumo nero. E uomini d’affari incravattati fra le cui mani scorrono flussi di miliardi di dollari ogni giono, anche loro però in quel momento impotenti e fermi in coda, seduti sulle loro costose auto a pochi centimetri da tassisti che si scaccolano e da autobus carichi di persone e di storie (ragazzi che vanno a scuola, la segretaria nervosa perché è in ritardo, l’impiegato di banca che si chiede che faccia avrà il primo cliente della giornata, la studentessa universitaria con la testa appoggiata sulla spalla del suo bello, l’autista che sbadiglia perché non ha dormito bene, l’imbianchino che pensa come uccidere la suocera).
Lei camminava proprio lì, in mezzo a quel groviglio di metalli colorati e di nervi pronti ad affiorare sotto la pelle. E cantava. E nessuno aveva niente da obiettare. Anzi. Uomini, donne, bambini, si fermavano a guardarla, ad ascoltarla. Rapiti da quello spettacolo. Dimentichi di compiti in classe, trattative per firmare contratti importantissimi, documenti da consegnare, progetti di omicidi, maestre cattive, pulizie da fare, piani di lavoro. Solo un agente addetto al controllo del traffico, ligio al suo dovere, provò ad accennarle che non poteva stare lì, ma solo quando cercò di attirarne l’attenzione si accorse della sua bellezza, e per lo stupore ingoiò il fischietto.

 

Il caos si era placato. Furono attimi di pace, nessuno seppe dire quanto durò. Come se il tempo si fosse fermato, per un po’. C’era una sensazione inspiegabile e comune a tutti, un’impressione diffusa di armonia e di tranquillità.

 

“… Non serve affannarsi
Quando arriva la gioia.”
Un poco alla volta, qualcuno provò timidamente a cantare con lei. Ben presto ci fu un vero e proprio coro.
“… La luce dell’alba
Risucchia i sogni…”.

 

Fu allora che lei, con un gesto aggraziato, si tolse la sciarpa e la lasciò portare via dal vento. Poi, sempre camminando, senza fermarsi, aprì il cappotto e se lo lasciò scivolare giù dalle spalle. E sotto il cappotto non aveva nient’altro. Il coro ammutolì. Era nuda. Completamente. Ma di una nudità pudica e candida. Indifferente davanti a decine di migliaia di occhi, che non riuscivano a staccarsi dalla perfezione di quel corpo slanciato (talmente perfetto che sembrava fatto da uno scultore). Occhi che non potevano smettere di ammirare, ma non per spiare o guardare con malizia. No, niente di tutto ciò. Tutti quegli occhi erano lì solo per contemplare qualcosa di oggettivamente perfetto, la bellezza in senso assoluto, l’ottava meraviglia del mondo. Questo e nient’altro.

 

Ormai scesa dalla sopraelevata, proseguì per qualche decina di metri, poi si spostò sull’argine. Salì in piedi sul muretto, dove depose la rosa che ancora teneva in mano. Alzò le braccia verso il cielo e poi le allargò, come a volerlo abbracciare. “Adesso le spuntano le ali e comincia e volare”, pensarono in tanti, aspettandosi di vederla librarsi nell’aria come una fenice. Invece lei, sempre con gesti calmi e aggraziati, si sporse in avanti, senza spiccare alcun volo. O meglio: per volare, volò. Ma non verso l’alto. E cantava.

 

“La vita nuova
È una fontana d’aria,
La vita nuova
È una fontana d’aria,
La vita nuo…”

 

Le acque dello Huangpu si richiusero sopra di lei.

 

Nessuno cercò di impedirglielo. Perché tutti rimasero pietrificati. Perché ciascuno pensò che per qualche assurdo motivo era ovvio che fosse finita così, c’era qualcosa in ciò che era successo che non aveva spiegazioni possibili, ma che sembrava scritto, qualcosa che trattenne gli spettatori dal muovere un passo in suo soccorso.

 

Poi, lentamente, tutti si rimisero in moto. Ma una canzone continuava a ripetersi nelle loro teste, e quella strofa:
“Non serve affannarsi
Quando arriva la gioia”.
Che qualcosa di speciale fosse accaduto, lo si capì quando le persone che avevano assistito all’evento si sentirono pervase di felicità, e sentirono il bisogno mai provato prima di salutare perfetti sconosciuti e aiutare altre persone in difficoltà. Shanghai fu attraversata da un’ondata di altruismo senza precedenti.

 

Pochi minuti dopo la sua caduta in acqua, furono avviate le ricerche della ragazza misteriosa. Squadre di sommozzatori si alternarono per giorni nello scrutare le acque melmose del fiume, ma il suo corpo non fu mai ritrovato. Anche il suo impermeabile era scomparso. Era rimasta solo una rosa sul muretto.
Giorno dopo giorno molti cominciarono a chiedersi se quello che avevano visto fosse successo davvero. D’accordo, aveva lasciato una rosa dietro di sé, ma forse poteva darsi che l’avesse persa qualche venditore ambulante, forse si era trattato di un’allucinazione collettiva. D’accordo, alcuni sostenevano che c’erano stati altri avvistamenti in passato, ma erano solo dicerie, storie che si raccontavano ai bambini, e dopotutto com’è possibile credere ancora ai fantasmi, al giorno d’oggi?

 

***

 

Pochi minuti prima di quell’apparizione inspiegabile, altrove, piuttosto lontano, in una zona impervia del Sichuan, sulla parete di una gola fra due montagne, uno smottamento aveva fatto franare la massicciata della ferrovia che attraversava quella splendida regione.
Il signor Yu era alla guida del treno passeggeri K777, in perfetto orario. Aveva già percorso quella tratta almeno seicento volte nella sua vita. Avanti e indietro. In giornate di sole, sotto fitte nevicate, in mezzo a tempeste. Avanti e indietro. Il treno era pieno, come sempre, anche quel giorno, carico di milleduecento persone. Era bravo e attento, il signor Yu, ma quel giorno non si accorse dello smottamento, non avrebbe potuto accorgersene, perché i binari erano stati trascinati via proprio dietro una curva. Ebbe solo il tempo di spalancare gli occhi, e poi il treno lanciato a tutta velocità saltò nel vuoto vagone dopo vagone finendo nella scarpata, e i vagoni rotolarono e si accartocciarono uno sull’altro nel fiume che scorreva in fondo alla gola. Fu un boato, polvere, come se stesse venendo giù la montagna. E poi silenzio.

 

In una situazione del genere ci sarebbero stati pochissimi superstiti. Quasi tutti sarebbero morti o durante la caduta oppure per annegamento. Invece vi fu un miracolo quella volta, e ne uscirono tutti vivi. Ma proprio tutti. Fu il signor Yu a chiamare i soccorsi. Aveva un taglio sulla fronte, perché aveva picchiato la testa metre tentava di uscire dalle lamiere contorte. E se l’era fatta addosso, ma era del tutto comprensibile, date le circostanze. Un poco per volta uscirono anche gli altri superstiti. Si guardarono, si abbracciarono, gioirono per quel ritorno alla vita.

 

***

 

La signora Yang, ottant’anni appena compiuti, sempre e orgogliosamente vissuti a Shanghai, aveva appena finito di seguire le ultime notizie al telegiornale (“Incidente ferroviario in Sichuan, miracolosamente tutti salvi”; “Misteriosa apparizione a Shanghai, le autorità non confermano”), quando una folata d’aria fece spalancare la finestra della stanzetta in cui viveva, in uno shikumen sulla Fuxing Lu, e trasportò sul pavimento una sciarpa color vaniglia.
L’anziana donna si volse a guardare una foto sull’altare che era appeso in un angolo della parete. Era un’immagine in bianco e nero, un po’ sgualcita. La foto di una bellissima ragazza, alta, con un viso ben proporzionato, lo sguardo profondo, il naso sottile leggermente all’insù.
La signora Yang sorrise compiaciuta,: aveva sempre detto a sua figlia di essere altruista, e ormai aveva capito che non era morta invano, trent’anni prima, salvando due bambini caduti nel fiume. Lì, dove ora finiva la sopraelevata. Sapeva perfettamente quante volte quella sciarpa le era tornata indietro, la signora Yang. Sapeva che ogni volta che sua figlia “tornava” dove tutto era cominciato, significava che da qualche parte operai venivano estratti vivi da miniere crollate, decine di persone scampavano ad alluvioni e terremoti, centinaia di persone trovavano insperata salvezza da guerre e incidenti catastrofici. E sempre si parlava di miracolo.
Sapeva, lei.
Raccolse la sciarpa, e lasciò che il vento la riprendesse dalle sue mani per portarla altrove. Ancora. Un’altra volta. La Cina era abbastanza grande, e il mondo ancora di più.
«Buon viaggio, figlia mia, ti voglio bene».
Una lacrima le rigò la guancia.


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  Commenti (6)
1. Scritto da annaluna, il 12-03-2008 06:34
stefano, divoro quello che scrivi e questa storia m'incanta ancora di piu'........... 10/12 anni fa c'era una bellissima e misteriosa donna che camminava nuda per Shanghai. Si diceva fosse "matta", ma la polizia faceva ben poco (meno male!) per fermarla.... La tua bellissima favola si rifa' a questa donna??????? se cosi' fosse, e' ancora piu' bella!
2. Scritto da editor, il 12-03-2008 09:20
si, brava, grazie per avercelo fatto sapere per tempo...
3. Scritto da Stefano, il 13-03-2008 12:33
Davvero??? No, non avevo mai sentito parlare di un caso del genere. E sinceramente non so ancora da dove sia arrivata la fanciulla della mia storia! :zzz  
Ciao ciao
4. Scritto da glenlivet, il 13-03-2008 20:58
Non è la prima volta che leggo le tue storie..o almeno credo fossero tue, ...a pensarci bene non importa di chi fossero..quello che conta è che per pochi momenti mi lascio trascinare via dal mio mondo e ne vivo un'altro..lo vivo dall'alto, lo vedo scorrere sotto di me e dentro di me, ed è una sensazione estremamente piacevole. 
Sei uno straordinario narratore ed io un sensibile lettore..diversamente nessuno di noi sarebbe nulla. 
Grazie
5. Scritto da annaluna, il 14-03-2008 05:17
Stefano e' incredibile! 
:zzz 
la donna di cui parlo e' vera!Credimi 
La donna di cui tu parli e'a te sconosciuta! e ti credo. 
cosa sara' mai questo magnifico mistero? Che meraviglia :eek :eek
6. Scritto da Stefano, il 18-03-2008 14:53
...e' proprio qui, il bello delle favole. Realta' e immaginazione smettono di essere due cose separate. L'impossibile diventa reale e i misteri si concretizzano su una pagina bianca. Non c'e' spiegazione. C'e' solo un racconto che si anima, e chi lo legge.

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