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di Chiara DG
“All of sudden I got China on the brain again, I got it on and I couldn’t get it off”
Parte terza: Amate contraddizioni
“Mother's Little Helper” – Rolling Stones
Il traffico scorre ordinato, non vi è alcun taxi e i bus rispettano il rosso.
I marciapiedi sono poco affollati e vivono di persone composte o quasi o non invadenti.
Respiro profondamente godendomi il ritorno. In uno stato mentale idilliaco da "mi sono riappacificata con il mondo cinese", senza sapere come e perché, in una giornata iniziata esattamente nel modo sbagliato.
Tante piccole cose mi fanno apprezzare l'essere qui. Il pomelo che mi ritrovo in mano per esempio. “Sensazioni non provate neppure quando appena arrivata vivevo nel mondo dei balocchi”, penso arrivando all'ultimo incrocio prima dell'appartamento.
Osservo sorridendo la coppia vicino a me.
Una giovane coppia con un bimbo. Una famigliola felice. Sono buonismo e delicati sentimenti. Sorrido. Il marito, o in ogni caso l'uomo con un qualche ruolo nel tutto, mi saluta: "hallo".
"hallo" rispondo, godendomi quella che ritengo essere la mia buona aziona quotidiana.
"hallo" ripete il marito.
Sorrido. Forse non ha capito. Pronuncio nuovamente "hallo". questa volta velocemente e con un tono basso.
"Hallo" ripete lui.
Non ci siamo. Forse non sa come funziona. Decido di ignorare e proseguire.
Di nuovo. E al suo suono il mio mondo idilliaco comincia a presentare qualche crepa. Aumento il passo per evitare una catastrofe.
"Hallo" sento ripetere.
Sono una podista negli 800 m che mancano. Un hallo incessante, pronunciato senza respirare, senza pause mi rincorre...
hallo, hallo, hallo, hallo , hallo, ...
sto mimando davanti a un tavolo, davanti a loro. Qual'è il problema con questa gente?Con quell'uomo? E la moglie??
Allibita, perplessa, sconvolta, piena di question marks mi siedo.
E' tutto sbagliato.
Come si fa a comportarsi in questo modo come se fosse la cosa più normale del mondo? Come si fa ad avere un compagno del genere?
No answer.
”Ava Adore”- Smashing Pumpkins
Click. Scatta la mente mentre passo da un vagone all’altro.
Nel ritorno dalla toilette, facendomi largo in una corridoio di persone sdraiate, sedute, in piedi, in viaggio, in spostamento, alla ricerca di qualcosa di meglio.
Click è l’occhio che si ferma.
Un padre seduto-sdraiato in un angolo.
La figlia, seduta-sdraiata accanto a lui. Addormentata.
Il cappotto-coperta che le rimborsa.
Indelebile immagine.
”Where is my mind”- Pixies
"You're cool"
Leggo l'sms e lo cancello nella breve sosta a casa prima di proseguire.
Solo pochi minuti fa ero a cena. Una cena a cui mi ero presentata piuttosto sfasata.
Preceduta da un'ora di tentato shopping all'Emporium, non poteva essere altrimenti.
La mia mente ancora si perde nell'insolubile enigma del fare shopping in questo paese. Vi è tutto. Anche di più. Eppure, quasi fosse un girone dantesco, è un tutto talvolta inaccessibile, talvolta vano. O non lo puoi avere o scompare poco dopo.
Il paradiso dello shopping che si trasforma in un inferno.
I 15 minuti emporium-flat erano trascorsi nel tentativo di capire se ero ingrassata o se eran le ragazze cinesi ad essere aliene sotto piacevoli spoglie.
Non ero riuscita ad entrare in nessuna delle loro gonne. Well, in una taglia accettabile perlomeno. Non che sia un capo d'abbigliamento indispensabile. Ma una gonna avevo deciso. E una gonna doveva essere.
E il desiderio si trasformò in un incubo.
Con i vestiti migliori a fronteggiarlo, avevo raggiunto i ragazzi a cena.
Gonne cinesi fra risa e scherzi, nel mio ordinare poco nulla e bere molto di più.
Un’ovvia e sciocca sfilata verso il bagno, un’impegnata e sgarbata risposta per Robert, un alzarsi di scatto, una sedia quasi caduta, palese denuncia del mio stato o livello, e una classica uscita ad effetto sotto lo sguardo perplesso di quattro giovani fanciulli.
Da tutto questo mi ero allontanata alla volta dell’appartamento, alla ricerca di un cappotto.
“You’re cool”
E' un po' che cammino, che mi dirigo in vie stavolta troppo isolate della città notturna.
E' quasi paura in alcune da cui mi allontano a passo veloce.
Ma procedo. Fra lampioni, altalene, la riva di un lago. Fin ad un'ora troppo tarda, un appuntamento mancato.
Paris 2004 – Peter, Bjorn & John
Espressione contrariata davanti a Fu Xing Park. Un’estenuante camminata e scopro di averlo già visto.
Seduta su una panchina, osservo il parco, gli ormai familiari aquiloni e programmo la prossima meta. Sano shopping? maybe...
Ed è un probabile settantenne cinese che in un inglese corretto e forbito inizia a parlarmi, mi offre indicazioni. La mia diffidenza non ferma il suo bisogno di comunicare. Si siede e parla. E parla.
E ci vuole poco perché io lo ascolti.
Parole di libertà, di consapevolezza.
Il tempo di un'ora circa lo passiamo a chiacchierare, io ragazzina occidentale con mille sogni in testa, con mille ideali, lui anziano cinese con un sogno e mille consigli.
E’ pulito il tratto della sua scrittura, le lettere ben disegnate e grandi, precise, accurati i dettagli con cui scrive il suo indirizzo. E mi intenerisco. A malincuore salgo sulla metro verso la stazione.
In uno stato di strana beatitudine per averlo incontrato. Spero che questo accada anche ad altri. Quanti l’hanno già incontrato? mi chiedo. Spero che si prestino a una piacevole conversazione e colmino la solitudine percepibile percepita.
La giornata ha trovato il suo senso in un istante, in un'ora.
L’uno e la massa.
"Almeno credo" - Liga
Cammino per Qingdao
Guanti arancio-gialli sulle mani infreddolite.
Procedo senza fretta, senza obiettivi in un piacevole limbo a scadenza.
Provo a scrivere nel pomeriggio. Non mi riesce assolutamente. Nell'ossessiva ricerca di una forma che sia tale, i pensieri si bloccano. La mano non scorre. E' sempre troppo sul personale.
Macchina fotografica. La cerco mentre mi perdo nelle sfumature arancioni all'orizzonte. La abbandono, preferisco ricordi.
Osservo. Respiro, ascolto...
Non sembra quasi Cina. Quella che ho conosciuto.
Ma non mi illudo. Lo è. Con qualsiasi vestito e sembianza. Sono in attesa dello squarcio nella tappezzeria, nella scenografia.
Anche il traffico sembra ordinato...
Un prolungato, ripetuto suono di un clacson. Ripetuto a oltranza.
"Bittersweet symphony" – The Verve
Il mio dito troneggia puntato contro l'uomo di fronte a me, la mia bocca si muove e ne escono parole, insulti, stanchezza a fiumi frustrazione.
Mi agito senza sapere esattamente come, senza controllare il mio corpo. I sentimenti guidano disarmonici movimenti in una carrozza ristorante di un treno shanaighuan-pechino. E'il 19 dicembre notte, quasi l'una. Una pazza...lo sembro, lo sono, lo mostro...
come sono arrivata qui? come sono arrivata a questo livello si esasperazione???
All'ordine di un immaginario telecomando ripercorro il treno, la biglietteria della stazione, il taxi, l'hotel, l'internet point, ripasso vicino alla grande muraglia...
All'ordine di un immaginario telecomando sono risucchiata all'indietro...di nuovo su un treno, nella sala d'attesa di una stazione, in un bus, in una stanza d'ostello...
17 Dicembre sera.
In una stanza d’ostello a yantai apro e richiudo gli occhi. Forse sono troppo stanca. Sonni brevi e giornate a passeggiare lungomare nell'incantevole Qingdao .
Passano le ore fra l'azione ripetitiva degli occhi, aprirsi chiudersi guardare l'orologio, chiudersi aprirsi guardare l'orologio...chiudersi di nuovo riaprirsi pensare....e ancora e ancora e ancora fino alle sei...
Passano le ore stancandomi nel trasportare uno zaino troppo pesante, nella pace che trovo in un internet cafè sfogliando foto e scrivendo. Digitando e cancellando all'infinito. Invano. Senza risultati soddisfacenti. Cosa piacerà, cosa mi piace, cosa…
Passano mentre aspetto un treno circondata da migliaia di cinesi, un treno per the great wall, the great wall on the sea, the starting point...
Vi è cibo mangiato velocemente nell'attesa. Accuratamente scelto per ferire stomaco e mente. Il te caldo al sapore di gelatina scorre.
Aspetto un treno in coda fra migliaia di cinesi dalla pelle scura, da ingenti borse di plastica rosso-blu. Donne mi osservano, mi scrutano, mi parlano. Fingo non-vedenza e cerco di capire il fine. Dov'è? Qual'è?
Osservo l'interminabile fila senza laowai. E la evito. Fino alla fine. Poi i cancelli si aprono e soldatini ordinati ci dirigiamo verso il posto a noi assegnato. Approfitto del mio ruolo da turista per uscire dalle righe. Fermarsi, separarsi dalla fila, fare foto. Foto di un treno che scoprirò viaggiare giorni.
Rigiro ad oltranza il biglietto fra le mani, faccio finta di leggerlo, comprendendo in realtà solo partenza arrivo ora costo. Vi leggo un viaggio in hard seat...
Una decina di minuti e opto per una carrozza ristorante dove starò seduta per 18 h e 20 minuti contro la finestra oscurata di un treno. Senza dormire, gli occhi che si chiudono lentamente e si riaprono sullo sguardo cinese che costantemente mi fissa.
Un viaggio che non diminuisce la mia voglia di vedere la grande muraglia.
Seguendo fedelissima la LP contratto velocemente una stanza d’hotel desiderando solo una doccia calda. Nei 5 minuti in cui poso lo zaino ed esco, realizzo il mio alloggio.What kind. La doccia impensabile, l'assenza d'acqua. Nell'imitare questo popolo, nel cercare di non vedere il problema, mi allontano velocemente, pensando che in un modo o nell'altro si risolverà. Una terribile colazione in un "Mikey Hamm" fast-food e sono senza voglia su un first pass under heaven , per oltrepassarlo e dirigermi verso the starting point of the great wall.
Nel muovere i piedi sulla sabbia, nel percepirla, nell'odore di mare, nel rumore delle onde trovo un'immagine di me fantasticata migliaia di volte.
Felicità e spavento.
Felicità per esserci. Spavento per doverne immaginare un'altra. Quanta sarà lontana questa volta?
A malincuore abbandono la felice postazione per un killing time internet point per tornare il più tardi possibile in hotel. Continuo l'interessante attività da struzzo. Le lancette scorrono, la notte cala e la via si fa obbligata.
The nightmare starts.
I buchi nelle tende, la scarsa pulizia, lo squallore si manifestano in tutto il loro splendore. Immobile cerco una via di fuga. Le frasi e i pensieri rimbalzano contro le pareti della mente, cercano l’uscita. Sono immobile. La testa che finge "donna forte-indistruttibile" impone "io non mi muoverò da qui. I can do this. I can do this. I'm not going to leave". Seguo l'ordine poco convinta, comprendendo che le successive otto ore saranno alquanto lunghe.
Vestita, stravestita in una buffa mise, in una buffa posizione, in un’allucinante situazione aspetto il mattino in un angolo in fondo al letto. La mente urla. E gli occhi si aprono nuovamente. “I can do this”. E li richiudo. Si riaprono. 00:22 indica il cellulare. Percepisco il corpo freddo. Il freddo che avvolge la mente.
“Maybe I can, but I don't want!” urlo fantasticato.
Lo sguardo scorre velocemente sull'orario dei treni . 00:51 l'ultimo per Pechino.
Già vestita, poichè mai svestita, raccolgo lo zaino fatto e mi allontano velocemente e rumorosamente nella notte. Con un taxi che gioca al rincaro raggiungo la stazione e lotto per cambiare il mio biglietto per il treno delle 00:51.
Voglio cambiare questo biglietto per questo treno. Scandisco in inglese, mostro con le dita, scrivo su un foglio. No, no. What??? I want a ticket for this train. No, no. Forse non sono stata chiara, VOGLIO SALIRE SU QUESTO TRENO.
Il tempo passa e noi continuiamo. Fino a quando mi viene proposto il treno delle 00:49, stessa provenienza, stessa destinazione.
Sconvolta dalla solita assurdità, mi dirigo velocemente sul treno e con uno standing ticket faccio mia la strada per la carrozza ristorante.
50 yuan scandisce la donna di fronte a me.
Fisso la sua divisa, il grembiule.
“50 yuan? Are you sure??? I don't think it's 50 yuan . I'm sick of you, you try all the time to rip me off. I'm sick of this! “
“50 yuan”
“Did they pay 50?” dico istericamente, terza notte che non dormo infelici situazioni alle spalle .
“Did they pay 50?” ripeto aggirandomi nella carrozza. “Did you pay 50? Did you pay 50?” chiedo ossessivamente ai presenti.
Sono stanca, stanca e frustrata e orgogliosa e non ho intenzione di pagare più del dovuto.
Continuo nel mio ruolo. Una pazza su un treno.
“Yes it's 50”. Mi volto, ragazzo inglese parlante fornisce preziosa indicazione.
“Ah ok...here they are” pronuncio esausta e mi siedo.
La pazza è stata sedata.
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1. Scritto da Stefano, il 18-03-2008 14:58 Chiara, che bella questa tua capacita' di non nascondere quello che provi, la genuinita' delle tue emozioni messe nero su bianco. Spero di rileggerti presto! |
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