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Appunti dal Grande Freddo/2 Stampa E-mail
25 marzo 2008

 

Pubblichiamo, anche se ora fuori sono quasi + 20 gradi, il racconto che segue di Stefano sulla nevicata di febbraio, come memoria storica del fatto e per farvi godere meglio questa primavera.

 

Di Stefano Bona

 

Eccola. Anche quest’anno è arrivata la stagione delle nebbie impenetrabili, della neve sporca, del freddo umido e del catarro di cammello.

Come ogni inverno che si rispetti. Sennonché questa volta mezza Cina è sotto la neve, come non succedeva da anni. E non si vede un’occhiata di sole, neanche per sbaglio, da settimane.

Mi alzo, nella smorta luce di un altro grigio sabato mattina. Fuori dal piumone doppio e dalla coperta di pile fa freddo, nonostante abbia lasciato il riscaldatore acceso al minimo durante la notte.
Già, il riscaldatore. Non il riscaldamento propriamente detto, che qui a sud dello Yangtze è una cosa sconosciuta. Gli onnipresenti condizionatori si possono usare anche come pompe di calore per riscaldare case piene di spifferi, o almeno per provarci (e far aumentare a dismisura il consumo di corrente). Fortunatamente qui a Suzhou molti appartamenti hanno i doppi vetri, che tengono un po’ più isolati, altro che Shanghai – ma  gli spifferi no, quelli non mancano. Però qualcosa non quadra, c’è un che di profondamente strano: doppi o tripli vetri che siano, fa un freddo cane. Il riscaldatore della camera ha smesso di funzionare. O meglio, sputa aria fredda, e resta appeso al muro nella sua stupida inutilità. Spengo e riaccendo diverse volte, ma il risultato non cambia.

Chiamo la padrona di casa. Arriva subito, si fa spiegare qual è il problema. Le mostro il marchingegno incriminato. Mi chiede se ho pulito i filtri. Per la miseria, cosa c’entrano i filtri? Vabbé, facciamo come dice. Lavo e spazzolo e asciugo, li rimetto al loro posto, accendo di nuovo l’apparecchio. Vedi, mi dice la padrona? Adesso va. Anzi no. Uno sbuffo, e l’aria si fa gelida di nuovo. E allora? E allora… lei prende il telecomando e comincia una lotta furiosa con il condizionatore/riscaldatore, lo spettacolo è avvincente quasi come quello del mese scorso, quando mi ha smontato mezzo salotto perché il lettore DVD era muto. Dieci minuti di clickclickclick alla velocità della luce, e quando ormai temo che del telecomando resti ben poco, ecco che  il miracolo è compiuto: l’elettrodomestico ricomincia ubbidiente a rispondere ai comandi, e come d’incanto la temperatura comincia ad alzarsi. La Signora dell’Aria Calda saluta e se ne va con passo da vincitrice. Non mi resta che ringraziare, e finalmente passare a quello che avrei dovuto fare un’ora fa: una bella doccia bollente.

Apro l’acqua, in attesa che si scaldi. Dopo cinque minuti è ancora gelida, al punto che non mi stupirei se sul rubinetto si formassero candelotti di ghiaccio. Chiudo e vado a controllare la caldaia. È spenta, e sul display c’è una scritta che lampeggia in modo strano. La riaccendo. Si rispegne. Poi mi viene un dubbio e provo ad aprire il gas al fornello. Niente, neanche una molecola di metano che esca dai becchi. Ecco, lo sapevo, doveva succedere prima o poi: il credito si è esaurito. Sì, perché non è che qui si usi pagare la bolletta ogni 30-60-90 giorni, a seconda dell’utenza. Per gas e telefono bisogna comprare un credito, come per le carte prepagate del cellulare. Poi, quando se ne ha più bisogno, il credito si esaurisce e si resta a piedi.

Fortunatamente le agenzie immobiliari che assistono chi si trasferisce da queste parti hanno anche un efficiente servizio post-vendita, e aiutano i clienti a ricaricare periodicamente i loro crediti. Peccato che proprio ieri Cream, la mia agente (“Lo stesso Cream di Icecream”, ha sottolineato quando ci siamo conosciuti, senza dirmi qual è il suo nome cinese), mi ha rassicurato: noooo, non serve ricaricare il gas, dovresti averne d’avanzo per i prossimi tre mesi.
Non sono ancora le nove, ma decido di darle il buongiorno, e spiegarle che forse abbiamo concezioni diverse del significato delle parole “tre mesi”.


«Non è un problema di credito», sentenzia.
«Ah no?».
«Hai provato a controllare la batteria del contatore?».
«La… batteria…? ».
«Ma sììì, sai, quella cosa che…».
«Fammivederepoitirichiamo». Riattacco stizzito.

La batteria. E chi se lo immaginava? Apro il mobiletto della cucina dentro cui è nascosto il contatore, è pieno di ciarpame che in un nanosecondo si riversa sul pavimento. Sotto il contatore c’è uno sportellino, e dietro lo sportellino effettivamente sono infilate due batterie stilo. Le sostituisco. Rimetto tutto il ciarpame al suo posto, rigorosamente in disordine come prima, e poi riprovo ad accendere il gas, aspettandomi un rassicurante sibilo e una fiammella blu accesa dalla scintilla dello starter. Niente. Di nuovo. Silenzio e freddo.
Guardo il termometro appeso fuori dalla cucina: segna lo zero. Appena più in là, oltre la ringhiera del balcone, le nuvole lasciano cadere un sottile nevischio.

Altra telefonata.
«Non è la batteria».
«L’hai cambiata?».
«Sì».
«Fra mezz’ora sono da te».
Alleluia.

Dopo mezz’ora esatta Cream mi telefona per dirmi che è arrivata. Perché non ha suonato il citofono? Apro con irruenza la porta di casa per scendere al piano terra e andarle incontro, e a momenti l’ammazzo. E’ già qui sul pianerottolo fuori dall’uscio, solo che non c’è un campanello da suonare, e quanto a bussare… beh… ci penserà la prossima volta, dopo essersi presa un altro colpo di porta in piena faccia.

Mi ha portato la scheda con il microchip del gas (una specie di bancomat per idrocarburi), si dirige con sicurezza verso la cucina, apre il mobiletto da cui crolla fuori di nuovo tutto il ciarpame, si inginocchia, infila la scheda in una fessura del contatore. Passano due minuti di silenziosa contemplazione, poi sfila la scheda dal contatore, si rialza in piedi, prova ad accendere il gas e… secondo miracolo della giornata! Una bellissima fiammella azzurra compare sul fornello.
«Avevo ragione, non era un problema di credito. Solo che quando cambi le batterie del contatore, poi è necessario inserire la scheda perché altrimenti va in blocco», mi spiega con pazienza.
«Ah». Che bello apprendere queste notizie in confortante ritardo.
«Comunque ora la scheda la lascio a te. Se hai bisogno di ricaricarla, c’è uno sportello della società del gas qui vicino, proprio dopo il secondo semaforo su quella strada», dice indicando un punto imprecisato fuori dalla finestra.
Dopo avermi dato un indirizzo più preciso, se ne va – anche lei – con passo da vincitrice.

Finalmente posso scaldarmi con una doccia bollente. Accidenti no, sono già quasi le undici, ho un appuntamento a Shanghai nel primo pomeriggio, meglio mettersi subito in viaggio. Non arriverò fresco e profumato, ma almeno sarò puntuale. La doccia me la farò in albergo questa sera.

Un’ora di macchina per arrivare a Shanghai, un’ora e mezza per sciropparsi pochi chilometri di NanBei Gaojia (la sopraelevata sud-nord), dire a passo d’uomo sarebbe un eufemismo. Che ci fa tutta questa gente seduta in macchina sabato a mezzogiorno? Mistero. Finalmente arrivo in centro, incontro le persone che mi aspettavano («Sei in ritardo! Ma… sniff sniff… ti sei lavato ultimamente?»), me la sbrigo in fretta, e arrivo all’albergo dove mi fermerò questa notte.

Arie da hotel di lusso, un lusso che però si rivela carico di stanchezza e consunzione, rivestito di tappezzerie e moquettes in età da pensionamento. Mi cambio e vado in palestra a farmi una mezz’ora di tapis roulant, per sfogarmi un po’. Rientrato in camera sudato fradicio, punto dritto al bagno, sognando di nuovo la meritata doccia bollente. Questo stanzino è piuttosto bizzarro, tutto rivestito in pietra grigia, non c’è alcuna ventola di aspirazione, funziona una sola lampadina la cui luce fioca viene assorbita dalle rocce scure sulle pareti. E poi, in un angolo, ecco comparire ciò che nessuno sarebbe mai stato in grado di immaginare. Su un treppiede arrugginito è appoggiato una specie di siluro bianco, un serbatoio su cui è attaccato un termometro rotto. Il siluro è collegato alla corrente tramite un cavo nero, e all’acqua tramite tubi di plastica bianchi, che qualche animo gentile ha cercato di mascherare con una rigogliosa edera finta.
Piuttosto intimorito, provo ad aprire prima l’acqua del lavandino, poi quella della doccia (che funziona solo se è aperto il rubinetto del lavandino), ma il siluro bianco non dà segni di vita e l’acqua resta ghiacciata. Esco dal bagno, provo ad aprire l’acqua calda dal lavandino della cucina. Si sente una specie di fischio, forse ce l’ho fatta. Ma passano dieci minuti e l’acqua non vuole saperne nemmeno di intiepidirsi. Torno in bagno, il serbatoio emette qualche strano rumore, i tubi di plastica gorgogliano e l’edera è mossa da lievi fremiti. Ma ciò non toglie che il siluro non decolli. Meglio non insistere prima che quel coso decida si scoppiare senza dare segnali di avvertimento. A costo di sentirmi dare dello stupido per non saper usare un aggeggio così semplice e logico, chiamo la reception spiegando il problema.
«Le mandiamo subito qualcuno».
Dopo cinque minuti si presenta sulla porta un magrissimo uomo di mezz’età vestito con una tuta verdina, una sigaretta infilata sopra l’orecchio destro, una ricetrasmittente nella mano destra e una borsa con qualche attrezzo nella sinistra. Entra, vuole sapere cosa c’è che non funziona, glielo dico. Va in bagno, guarda il siluro, guarda il termometro rotto, e – mostrando una perspicacia frutto di lunghi anni d’esperienza – sentenzia:
«C’è il termometro rotto».
Detto ciò, apre tutti i rubinetti, mentre gli devo spiegare che no, non l’ho rotto io, sono appena arrivato e l’ho trovato così, non credo di aver combinato niente di male nel mio tentativo di volermi lavare. Mi ascolta, annuisce e va avanti a smanettare i rubinetti per un quarto d’ora, poi chiude tutto ed emette la sua seconda memorabile sentenza:
«Non funziona».
Non mi sto guardando allo specchio, ma mi rendo conto che un filo di fumo comincia a uscirmi dalle orecchie. Cercando di non perdere la calma, gli chiedo gentilmente come posso lavarmi con l’acqua gelata. Capisce il mio problema e telefona a qualche collega. Dopo una lunga chiacchierata in shanghainese riaggancia, mi guarda annuendo con aria di compatimento e mi dice di preparare quello che mi serve per la doccia, mi accompagnerà a un’altra camera dove potrò lavarmi, ma poi dovrò tornare nella mia camera. Senza pormi troppe domande, faccio come dice e lo seguo in un’altra camera, due piani più sotto. Ovviamente è fredda, ma proviamo ad aprire l’acqua e in il siluro parcheggiato in questo bagno dimostra di funzionare a dovere. Però, prima di andarsene, il tecnico (idraulico?) si raccomanda di fare in fretta, perché il serbatoio contiene solo pochi litri.
Pochi ma buoni, anzi ottimi. A volte basta poco per rigenerarsi. Basta poco per farci ricordare quanto può essere importante un dettaglio (l’acqua calda) a cui siamo talmente abituati da dare per scontato che faccia parte della nostra vita. Basta poco per rendersi conto di quanto fragili siamo noi uomini ormai abituati ad avere tutto, al punto di andare in crisi appena ci viene tolta una piccola parte di questo tutto (dimenticandoci che miliardi di persone vivono in condizioni ben peggiori).
Assorto in questi pensieri, mi asciugo, mi rivesto e torno nella mia camera. Ormai è buio. Pigio l’interruttore della luce. Ma la stanza resta avvolta nell’oscurità.
La luce non funziona.
Telefono di nuovo alla reception per segnalare il guasto, ma mi blocco con il ricevitore in mano, a mezz’aria.
«Wei? Hello??».
La telefonista ha una voce roca, sgraziata.
Ho deciso.
Questa notte resterò al buio.

Post scriptum


Mentre questa storia veniva scritta, milioni e milioni di cinesi erano bloccati sui treni, nelle stazioni, sulle autostrade e negli aeroporti a causa della perturbazione nevosa più forte degli ultimi cinquant’anni. Ovunque passeggeri, automobilisti e camionisti erano accalcati in condizioni di gelo e affollamento difficilmente sostenibili. In molte città già da giorni mancavano (mancavano!) acqua, corrente e gas. All’epoca ancora non lo sapevo, o semplicemente, preso com’ero dal mio piccolo disagio,  non vedevo cosa stava succedendo nel macrocosmo intorno a me. In confronto eventi del genere, il mio problema scompariva e io sparivo con lui, per diventare un insignificante puntino nella massa.
Ripenso all’idraulico in tuta verdina che mi guardava annuendo e compatendomi: probabilmente pensava di avere a che fare con un laowai un po’ svitato.  In fondo, aveva ragione lui.

Stefano Bona

 


Visualizzazioni: 819

  Commenti (2)
1. Scritto da Stefano, il 25-03-2008 12:18
Eh insomma, mi era rimasta la storia ferma a meta', mi sarebbe dispiaciuto non finirla... e poi chi ci legge dall'Italia sta vivendo una stagione molto piu' invernale adesso rispetto all'inverno appena finito. W la primavera! :grin
2. Scritto da glenlivet, il 27-03-2008 22:23
Un pensiero rispettoso ai milioni di cinesi di cui sopra...però,dopo avere controllato di non avere siluri in bagno e di avere pagato l'ultima bolletta del gas, mi vado a fare una doccia, rigorosamente bollente e, alla faccia del risparmio energetico..accenderò pure le alogene della specchiera. 
Ah!..un'ultima occhiata a Google Earth, a volte l'Italia non è solo uno stivale visto dal satellite..

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