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di Stefano Bona
“Prendo questo pezzo di cielo e lo metto in tasca.
Per ricordare.
Un souvenir degli ultimi anni.
È di un colore azzurrino pallido e contiene polvere, un angolo di sole e uno spicchio di luna.
Per ricordare, finché c’è, quello che è stato.
Per tenerlo qui, accanto a me.
Fra i neon e il fiume che scorre lento. Fra la storia e il futuro.
Cammino qui in mezzo, come una mosca che vaga senza meta, posandosi dove capita. Stradine strette e foreste di panni stesi, alternati a vie così larghe che per attraversarle ci vogliono minuti.
Persone anziane e meno anziane che si aggirano per strada in pigiama.
Il tizio accoccolato sul divano che ha spostato sul marciapiede, forse perché in casa c’era soffoco.
Le litanie dei gatti in amore (che possano andargli i baffi per traverso!).
L’ometto che all’incrocio vende canne da zucchero, accanto a quello che ripara biciclette.
Il tassista con i guanti bianchi, sui quali ha pensato bene di lasciare i buchi per le unghie di pollice e mignolo.
La folla sulla metropolitana nelle ore di punta, mescolanza di impiegate in tailleur, contadini carichi di sacchi di verdure e altra varia umanità impacchettata sui vagoni.
Le barchette telecomandate che si scontrano nello stagno di Fuxing Park, la domenica.
Pittori e artisti vari che si mettono alla prova, con coraggio, e in diversi casi ottengono qualcosa di buono.
Danze all’alba, a metà tra liscio e taijiquan, nei parchi e sui marciapiedi.
Il distinto signore in giacca e cravatta a cui tutti i giorni viene rubato il portafoglio, e che proclamandosi senza un soldo chiede con gentilezza ai passanti se gli possono prestare cento renminbi per comprare un biglietto del treno per tornare a Nanchino.
I bambini che vendono rose a mezzanotte, fuori dai ristoranti, davanti alle vetrine di gioiellerie e negozi d’alta moda.
Cammino, vago ancora, nei meandri di quest’essere vivente – oh sì, anche il cemento può essere vivo, anche l’acciaio si può animare – e passeggio nelle sue viscere, nelle arterie, nei polmoni, nei capillari. Annuso i suoi odori e le sue puzze, storco il naso quando passo davanti ai venditori di chou toufu, lo rilasso quando càpito in una nuvoletta d’incenso davanti a un tempio.
M’infilo tra masse di persone che si strusciano nei locali notturni, scorro fra centri di massaggi e karaoke, dove i servizi offerti dalle ragazze possono essere molto particolari.
E’ la sintesi perfetta, questa città, è la linea di confine fra fascino e orrore, amore e odio, esagerazione e misura, lusso e miseria, logica e follia.
Mi rendo invisibile.
Sparisco.
Osservo.
Provo a capire. Cerco di imprimere immagini sulla pellicola dei ricordi.
Non mi resta altro da fare, prima di andarmene.
Nessuno mi ama, nessuno mi vuole bene, nessuno mi vuole, nessuno. Questa è la mia distrazione dalla solitudine, è la mia ragione di vita, è il mio modo per dimenticare quello che non va. Non mi resta altro, prima di andarmene.
Dove andrò non lo so. Salirò su un tappeto volante e mi farò trasportare ovunque. Qui, sopra queste case. No, meglio lontano da qui. Possibilmente, ancora un po’ più in là. So già che piangerò, poi. Mi mancherà. E tornerò, forse, un giorno. Maledicendone il caos e amandone la vitalità. Un giorno. Come oggi. Forse avrò capelli bianchi. Forse avrò figli. Forse sarò senza fissa dimora. Sicuramente qui sarà tutto cambiato. Ecco perché mi serve il souvenir, questo pezzetto di cielo così piccolo che se lo metto in tasca nessuno se ne accorge: per ricordare, finché c’è, quello che è stato di Shanghai. Ma questo l’ho già detto. Allora non aggiungo altro. Arrotolerò questo foglio di carta e lo infilerò in una bottiglia insieme a un pizzico di cielo, in una bottiglia lo infilerò insieme a una spolverata di questo cielo. Butterò la bottiglia nel Suzhou Creek.
Chiunque tu sia, quando la troverai, aprendola ne farai uscire anni di storia e quasi venti milioni di vite umane. Quanto a me, chissà dove mi avrà trasportato il tappeto volante, ormai. Ovunque e in nessun posto. Ti affido il cielo, i ricordi. Sono tuoi. Fanne un buon uso.
M.Z.
6 marzo (anno illeggibile)”
Alì rilesse un paio di volte quello che c’era scritto in inglese, in bella calligrafia, su quel foglio ben conservato che aveva trovato nella bottiglia di vetro rosso scuro rimasta impigliata chissà come nella sua rete, in mezzo ai pesci, in un punto imprecisato del Mar Rosso. Alì non si ricordava granché dell’inglese, che gli era stato insegnato da un amico del cugino di suo zio, tanti anni prima, e non aveva mai avuto molte occasioni di parlarlo, se non sporadicamente con qualche turista, quando non era in mare per pescare.
«Che c’è, cugino? Ti vedo perplesso», gli disse Mehmet.
«Un messaggio in una bottiglia. È scritto in inglese».
«Cosa dice?».
«Mah, cose strane, parla di una città, sembra che sia Shanghai, racconta di qualcuno che viaggia su un tappeto volante… e dice che in questa bottiglia c’è rinchiuso il cielo».
«Vuoi dire che la bottiglia viene dall’India?».
«Dalla Cina. Shanghai è in Cina, ignorante!».
«Accidenti, quanta strada ha fatto! Ma come fa il cielo a stare in una bottiglia?».
«A volte la realtà non è come appare, e una bottiglia può essere molto più capiente di quello che sembra, sicuramente più capiente della tua testa vuota. Però… quella città dev’essere un posto proprio particolare».
«Dammi qua, fa’ vedere!».
«Che vuoi? Ti ho detto che è in inglese, sei troppo ignorante per capirlo!»
«E dai, fammi vedere!».
«No!».
Ci fu un breve contendere, che fece oscillare pericolosamente la barca su cui si trovavano. Il foglio sfuggì di mano ad Alì, e una leggera brezza lo trasportò per qualche metro, prima di farlo posare dolcemente sull’acqua. Appena fu bagnato, divenne illeggibile. Per sempre.
Tornato a casa, Alì passò la notte a scrivere.
La mattina dopo, quando uscirono di nuovo in mare, prima di calare le reti, lanciò una bottiglia.
«Che hai fatto?», gli chiese Mehmet.
«Ho risposto al messaggio di ieri».
«Cos’hai risposto?».
«Ho ringraziato per quella lettera così strana. Ho detto quanto è bello questo mare e ho aggiunto un pezzettino di questo cielo».
«Sei tutto matto. E poi?».
«Ho chiesto di passare a prendermi con il tappeto volante, perché voglio andare a vedere quella città. Trovarla in una bottiglia è stato interessante, ma vederla dal vero dev’essere tutt’altra cosa».
«No, non sei matto, sei proprio tutto scemo!».
«Mi piace sognare. Voglio viaggiare».
«Aiutami a buttare le reti, viaggiatore, altrimenti oggi non peschiamo neanche una scarpa vecchia. Ma intanto raccontami: com’è questa Shanghai?»
Alì raccontò. Per tutto il giorno. Per un altro giorno. Per una settimana. Come se conoscesse quella città da sempre.
Mehmet ascoltava a bocca aperta, e ascoltavano gli altri, al porto, la sera.
Non avevano mai pescato così tanto.
Qualche anno dopo, uno spazzino addetto alla pulizia del marciapiede su un tratto della Shiji Dadao (Century Avenue) a Shanghai giurò di aver visto un tappeto passargli sopra la testa. Era sicuro che sul tappeto ci fossero due persone, una di queste teneva in mano qualcosa, forse una bottiglia. Non fu mai creduto da nessuno.
Stefano Bona
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1. Scritto da annaluna, il 15-04-2008 07:29 stefanoooooooooooooooooo! ti adoro, ma veramente |
2. mi hai fatto commuovere Scritto da
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, il 21-04-2008 16:27
bellissimo articolo, mi ha commosso ricordandomi quell'indefinibile leggerezza dell'essere (lo so ch era insostenibile, ma lì è indefinibile) della agnifica città cinese da cui sono tornato da dieci giorni e già mi manca. Ma il fatto di sapere che a settembre tornerò mi fa star bene... |
3. Scritto da Stefano, il 23-04-2008 14:59 La tua commozione mi commuove! L'indefinibile leggerezza dell'essere? Interessante. Aggiungiamo anche "caotica", cosi' il concetto e' piu' completo. Ciao! |
4. Scritto da editor, il 24-04-2008 05:50 Ora vado a Yiwu e vi porto un carico di kleenex falsi!  |
5. Scritto da annaluna, il 24-04-2008 06:13 l'editor e' G E L O S O !!!!!!!! |
6. Scritto da editor, il 24-04-2008 06:31 Mi sa che per bilanciare questa tendenza a lacrime e sospiri cercherò delle storie splatter o noir... Bravo sempre a Stefano lo dico io per primo, e poi geloso de che????  |
7. Scritto da Stefano, il 24-04-2008 16:20 Vendo fornitura industriale di Klinecs assolutamente autentici a diciotto veli (vabbe', sono di carta vetrata, ma sempre carta e'!), anche bagnati restano asciutti, assorbono tutto, anche la luce (si dice che siano fatti con fibra di antimateria). Vabbe', adesso che ho sparato la mia cavolata quotidiana posso andare a dormire! |
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