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Una vita in tre minuti Stampa E-mail
19 maggio 2008

 

di Stefano Bona

 

 

Un lunedì pomeriggio di maggio, nella scuola elementare di  una piccola città della Cina centrale, una classe al secondo piano. Lezione di matematica, una noia mortale. L’insegnante parla, parla, parla e scrive sulla lavagna. Li Jingjing  tira le trecce alla piccola Wang Meihua che sta seduta al banco davanti al suo. Xiao Ping, il viso paffuto e due gote rosse, piange in silenzio, perché questa mattina ha scoperto che è scappato il suo cagnolino.

 

 

Zhou Yong sente che gli ciondola la testa. Il suo compagno di banco gli dà una gomitata per tenerlo sveglio, ma anche lui non vede l’ora di uscire, correre, sfogare le energie che a otto anni non si possono tenere bloccate sotto un banco per troppe ore. È nervoso,  non sa perché. Qualche brusio in aula, ma tutto sommato c’è un silenzio quasi completo, tanto da far riecheggiare la voce dell’insegnante e rimbombare il rumore del gesso che batte sulla lavagna. Si sente persino ronzare una mosca, che improvvisamente, forse annoiata, decide di cambiare prospettiva e volare fuori dalla finestra aperta.

Fuori il traffico è intenso come sempre, c’è la colonna perenne di autobus carichi di turisti, il cielo è velato dalla solita mistura di umidità e inquinamento, la montagna rivestita di bambù veglia rassicurante sulla città. In un angolo del marciapiede, un uomo vende angurie. Sul lato opposto della strada il vecchio Lao Hua, un’istituzione in città, suona la fisarmonica, accompagnando la signora Zheng che canta senza smettere un attimo, un po’ sguaiata. Poco più in là, fuori dalla Bank of China, un ragazzo cerca di vendere ombrelli, binocoli e pupazzetti di panda che però non sembrano interessare ad alcun passante. Per la mosca è una giornata eccezionale, oggi non ha quasi visto uccelli in giro, forse si sono presi un giorno di vacanza. Felice per questa novità che le infonde un senso di sicurezza e le consente di svolazzare senza troppe preoccupazioni, non si accorge di essere in rotta di collisione con un mototaxi che sta arrivando nella direzione opposta alla sua. Nello scontro fra insetto e parabrezza, di solito vince il parabrezza. Nel caso specifico, le gioie della mosca finiscono incollate sul vetro di un motocarro giallo con il paraurti storto e gli ammortizzatori posteriori sfondati.

Il tassita, signor Ye, ha avuto una giornata storta. Due clienti in tutto, ventitré  renminbi di incasso. Una miseria. La radio sta parlando del caro-petrolio, che ha superato i 123 dollari al barile. Di bene in meglio.


«Mosche schifose!», bofonchia quando l’insetto gli si spiaccica sul vetro.
Aziona il tergicristallo e il lavavetri, ma evidentemente il serbatoio dell’acqua è vuoto. Quando la spazzola passa sulla mosca, la spalma su mezzo parabrezza.
«Stupidi insetti! Cosa ci fanno sempre sulla mia strada?»
Innervosito, arriva a uno stop, decide di girare a sinistra, ma non guarda se sta arrivando qualcuno.
Un colpo di clacson, stridore di gomme, un incidente pazzesco evitato di un nulla. Il guidatore dell’altra auto è uno straniero, sembra abbastanza alterato. Il signor Ye non sa cosa gli prende, scende dal taxi e comincia a riempire di insulti il laowai, bloccando tutta la strada. Anche lo straniero scende dalla sua automobile; parla cinese, gli chiede dove ha comprato la patente, volano parole grosse. Il signor Ye ha gli occhi che gli escono dalle orbite, le vene del collo gonfie e in rilievo. Vorrebbe picchiare quell’imbecille, pur sapendo di essere lui dalla parte del torto. Alla fine l’altro se ne va urlandogli qualcosa in una lingua incomprensibile. Il signor Ye, ancora prodigo di bestemmie,  risale sul suo trabiccolo e si rimette in marcia. Spegne la radio e si dà una calmata. Non capisce il motivo di quella sua reazione. È sempre stato una persona tranquilla. Non si è arrabbiato per anni; e mai per futili motivi (l’ultima volta è stata quando ha trovato sua moglie insieme al suo migliore amico). Invece questa volta è diventato una furia, senza ragione; e gli è pure piaciuto. Ha persino sperato di muovere le mani.
Decide di fermarsi dieci minuti per parlarne con  Mamma Mo. Tutti la chiamano così nel quartiere. Gestisce un emporio, di quelli che vendono tutto, dalla frutta alla ferramenta. È sempre pronta a parlare con tutti, ha una parola buona per ciascuno, è la confidente di tanti; forse lei saprà dare una spiegazione.

 

La signora Mo ha quarant’anni e due figli, quel sorriso sempre stampato in volto e il suo carattere spumeggiante le donano bellezza e fascino; molti vanno nel suo negozio solo per vederla, ma il marito lavora con lei (l’uomo più taciturno della città, ma una bravissima persona), per cui non possono prodigarsi troppo in complimenti. E poi è di una moralità esemplare, quindi niente pensieri strani: da lei si va per comprare la frutta, le sigarette, la carta igienica, e soprattutto per parlare.
«Buongiorno, signor Ye! Come sta?»
«Mah, sa, mi è successa una cosa incredibile». Il signor Ye le racconta quanto gli è appena accaduto.
«Che strano», commenta Mamma Mo, «anch’io oggi non mi sento in gran forma, ho mal di testa e mi arrabbio per delle sciocchezze».
«Sarà qualche malattia che c’è nell’aria», sentenzia un’anziana cliente che, pur non essendo stata invitata a partecipare alla discussione, ha ascoltato tutto. «C’è in giro l’influenza. Mio marito è all’ospedale con la febbre e le palpitazioni».
«Mah», taglia corto il signor Ye, «speriamo che passi in fretta, perché non mi piace».
Paga un pacchetto di Zhong Nan Hai e saluta Mamma Mo.  L’anziana cliente attacca una conversazione di quelle che hanno tutta l’aria di non finire mai mentre il marito di Mamma Mo emette un sospiro di rassegnazione. Mentre si sta avvicinando alla porta, Ye guarda che ore sono sul suo orologio digitale con display a effetto tridimensionale comprato al mercatino settimana scorsa per trenta renminbi. Fra mille giochi di cristalli liquidi e altre diavolerie varie, l’orologio sentenzia: «14:28».

Duemila chilometri più a est, a Shanghai, ai piani alti del Plaza 66, Emily Smith sta prendendo appunti: ci sono in corso trattative per un’acquisizione di società, le parti non hanno ancora raggiunto un accordo sul prezzo, i rispettivi avvocati e consulenti passano alle delegazioni di dirigenti fogli pieni di cifre, tutti scrutano con nervosismo schermi di computer pieni di grafici. Le negoziazioni sono in corso da una settimana e non hanno ancora portato a niente. Chissà quanto ci vorrà ancora.
All’improvviso, mentre scrive, Emily ha un attacco di tremarella. Anzi, non è lei, ma è il tavolo a  tremare. Le pareti del lussuoso ufficio cominciano a gemere e a flettersi, il pavimento si anima, le corde delle tende oscillano come pendoli. Il suo Grande Capo, che ha appena preso la parola, prima balbetta, poi tace e si siede portandosi una mano alla testa. A lei viene un attacco  di nausea, per poco non vomita.
«Ma cosa…?».
«Il terremoto», dice qualcuno.
«Ma no, qui non è zona sismica», prova a ribattere qualcun altro per convincersi a mantenere la calma.
Intanto l’edificio continua a muoversi, a scuotersi, a lamentarsi. Non la smette più.
«Fuori tutti!» urla una donna irrompendo nella sala riunioni.


Duemila chilometri più a ovest, l’orologio del signor Ye segna le 14:31. Ma il signor Ye non lo può più vedere; anzi, a essere pignoli, se non si fosse soffermato dentro il negozio a controllare l’ora, sarebbe ancora vivo. Mamma Mo non può ascoltare i racconti dell’anziana cliente, perché i quindici piani che stavano sopra di loro sono crollati sul negozio e su chi era lì dentro. Il mototaxi del signor Ye è in fondo a una buca, coricato su un fianco. A scuola l’insegnante non sta più facendo lezione di matematica, perché la scuola elementare non esiste più. L’ospedale si è sbriciolato su pazienti, medici e infermiere. La fisarmonica di Lao Hua ha smesso di suonare e la signora Zheng è rimasta senza voce. Dalla montagna che sovrasta la città piovono massi immensi. Centinaia di persone camminano come fantasmi lungo quel che resta delle strade, in mezzo a una nuvola di polvere. Qualcuno piange. Molti tacciono. Stanno cercando di capire, per la miseria, capire quello che sta succedendo; non può essere vero, è solo un brutto sogno, un incubo sì un incubo, ma allora perché non finisce quando si riaprono gli occhi che invece bruciano maledettamente irritati da tutta questa polvere? E perché viene da pensare dove sarà mio figlio mio marito mia moglie mia mamma mio zio il vicino di casa? Già, casa: quella che è scomparsa con tutto il resto,  poiché niente o quasi è rimasto in piedi. Mentre da sotto cumuli di macerie, pezzi di cemento e di ferro e tegole e lamiere e vetri, dopo il boato la polvere e il successivo silenzio, cominciano e emergere voci, lamenti, mani, piedi. Alcune mani si agitano, alcune persone riescono e riemergere, cosparse di ferite: ma vive. Altre mani che affiorano dalle montagne di materiale, invece, non si muovono più. Tante. Troppe.
«Mamma! Mamma!», uno dei figli della signora Mo è riuscito a scappare prima del crollo, è frastornato; non sa ancora che il fratello, i genitori, i nonni, tutta la sua famiglia, i suoi compagni di banco sono ormai solo ricordi.
Un uomo sta seduto, cercando di fermare il sangue che gli esce dal pezzo di braccio che gli è rimasto. Altri si trascinano nella terra: hanno le gambe spezzate.
Alcuni cominciano a scavare, a mani nude, per cercare di liberare chi è rimasto sepolto vivo. Diversi anziani stanno accucciati in un angolo, inermi, incapaci di vedere la vastità di quello che è successo in pochi secondi. Sono bastati tre minuti per cambiare la vita, milioni di vite, e per portare via un numero infinito di persone: studenti, insegnanti, contadini, operai, dirigenti, ladruncoli, poliziotti… quante storie sono confluite e sono finite per sempre in quei centottanta secondi. Nel frattempo la terra continua a sussultare, come se una gigantesca creatura proprio lì sotto avesse il singhiozzo.


Il seguito è solo una raffica di immagini istantanee, vuote di significato (perché tutto quello che aveva senso è rimasto sotto le pietre): i soldati, i vigili del fuoco, il primo ministro, le notti all’aperto sotto la pioggia, la scarsità di cibo e acqua, polvere, barelle, elicotteri, odore di morte, le tende della croce rossa, lo spostamento in campi di sfollati, la vicinanza con altre centinaia di persone mai conosciute prima, ma tutte accomunate da quel vuoto negli occhi che forse non si riempirà più.

 

***

 


A quasi una settimana dal sisma, i soccorritori continuano a trovare persone vive sotto le macerie. Nella tragedia c’è anche spazio per qualche miracolo e qualche segno di speranza.
Intanto da qualche parte  fra le montagne si è rimessa a suonare una fisarmonica.


Stefano Bona



Dedicato a chi è stato portato via dal sisma. Ma soprattutto a chi è rimasto. Un pensiero speciale va anche ai soccorritori.


 




  Commenti (4)
1. Scritto da Stefano, il 25-05-2008 07:24
Provo a immaginare come potrei sentirmi se mi trovassi in una situazione simile. Per evitare malintesi, vorrei sottolineare che NON sono stato sul posto. La foto inserita e' tratta dal sito della Xinhua.
2. Scritto da Vicemax, il 22-05-2008 16:48
...veramente toccante, sembra di essere lì ..ma come fai??
3. Scritto da andruca84, il 22-05-2008 06:19
mi sono emozionata...
4. Scritto da annaluna, il 20-05-2008 03:13
Grazie stefano!

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