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Tappa Olimpica Stampa E-mail
30 maggio 2008


26 maggio 2008. Dopo essere passata da Shanghai, oggi la fiaccola olimpica fa tappa a Suzhou. Programma: partenza alle otto dal Suzhou Leyuan (il parco dei divertimenti) e attraversamento della città da ovest verso est, per finire  - pare - nel Suzhou Industrial Park.
Già ieri agli incroci avevano fatto la comparsa ragazzi e ragazze che vendevano a cifre variabili le bandierine cinesi e olimpiche. Ieri sera sono cominciati i blocchi stradali  e sono arrivati i primi spettatori, pronti a passare la notte accampati sul marciapiede avvolti nelle bandiere.


Riguardo a queste olimpiadi è già successo e si è detto di tutto di più, prima ancora che abbiano inizio. Oggi non si può non andare a dare un’occhiata, soprattutto se la fiaccola passa quasi sotto casa. Il ritrovo con un alcuni amici italiani è questa mattina alle sette, proprio a due passi dal Leyuan. Fa già caldo, c’è aria di festa, e la quantità di gente che c’è in giro lascia a bocca aperta. Difficile immaginare un numero, ma siamo comunque nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone, tutte riversate sui due lati della Shishan Lu, la via che taglia a metà il Suzhou New District, e che ovviamente è blindatissima: poliziotti e militari ovunque, almeno uno ogni tre metri. Ovviamente è impossibile attraversare la strada: per qualche ora, chi abita a nord non potrà raggiungere i suoi amici che vivono a sud. I giovani sono la stragrande maggioranza, tutti dotati di bandiere, magliette, adesivi incollati sulle guance: viva la Cina, amo la Cina, Beijing 2008. Abbondano bandiere degli sponsor e drappi dell’università di Suzhou. Una coppia si distingue per le magliette indossate: quella di lui dice “this is my girlfriend”, quella di lei risponde “this is my boyfriend”, con tanto di frecce per fugare eventuali dubbi (non si sa mai). A ogni passo si trovano venditori di cappellini, bandiere, finte torce olimpiche di cartone e altri accessori.
Siamo quattro, ben presto riempiti di magliette Beijing 2008, bandiera olimpica, bandiera cinese. Com’era prevedibile, non passiamo inosservati; nel giro di pochi minuti raffiche di foto si scatenano contro di noi, e siamo presi d’assalto da gruppi di persone che vogliono essere fotografati con noi. Ogni tanto passano di corsa squadre di ragazzi che sventolano bandiere e urlano “Zhong guo: jia you! Beijing: jia you! Sicuan: jia you!” (forza Cina, forza Pechino, forza Sichuan: è lo slogan in voga per l’occasione).
All’improvviso la folla rumoreggia e comincia lo spingi-spingi verso il nastro bianco e azzurro marchiato “Police – Lenovo”, sul bordo della strada. Falso allarme, passa solo un camion della polizia. La scena si ripete più volte e vediamo passare: autobus dell’esercito, furgone della polizia, furgone del servizio stampa, camion della Coca Cola, camion della Lenovo (due fra i principali sponsor olimpici), macchine di qualche autorità. Poi arriva un autobus, si ferma, apre la porta e suscita il boato della folla. Dalla porta esce un tedoforo, che con una mano saluta e con l’altra regge una torcia spenta. L’autobus chiude la porta e riparte. Il tedoforo resta lì, si gira, si rigira e continua a salutare. Ma ecco un altro boato: arriva correndo una ragazza che porta un’altra fiaccola accesa, si ferma e fa accendere la fiamma al “nostro” tedoforo, che si avvia a percorrere i suoi duecento metri, seguìto di corsa dalla folla in visibilio.
Dopo tanta attesa, un quarto d’ora al massimo e la gente comincia a defluire, i marciapiedi si svuotano  come d’incanto. Alcuni raccolgono le cartacce buttate per terra: non sono spazzini, sono cittadini comuni, in un momento del genere può succedere anche questo.
Fuori da un centro massaggi, le dipendenti si esibiscono in numeri di danza davanti a un capannello di curiosi sempre più folto. La più in gamba delle ballerine improvvisate è una bambina, forse figlia di una di loro.

Chiamiamo altri amici che sono rimasti sull’altro lato della strada; ora si può attraversare, decidiamo di trovarci per colazione da Milo Coffee (per l’occasione Starbucks aprirà molto tardi), che esibisce un’insegna in cui promette “Italian Coffee”. Ci sediamo su divani-altalena, sperando che le corde sopportino il nostro peso. Uno di noi, incauto, ordina un cappuccino e gli arriva una tazza in cui galleggia una schiuma coperta di panna, nella quale è annegata una buccia di limone in compagnia di zuccherini colorati.
Scambiamo opinioni su quanto abbiamo appena visto: se in Europa ci rendessimo conto di quanto è importante per i cinesi questo evento delle olimpiadi, capiremmo che creare polemiche e incidenti com’è successo durante il passaggio della fiamma dalle nostre parti, anziché essere d’aiuto genera esattamente l’effetto contrario a quello che si vorrebbe. Fare i conti senza l’entusiasmo e l’orgoglio di una popolazione, che dopo il terremoto abbiamo visto ancora più unita e solidale di quanto molti di noi immaginavano, è un errore grave, soprattutto quando sentiamo la necessità di dire in modo scorbutico a un miliardo e mezzo di  persone come devono risolvere i loro problemi (obiettivamente tanti) secondo noi (obiettivamente poco e male informati). Se con un po’ d’umiltà non capiamo questo, non riusciremo mai a costruire un dialogo vero, né a ottenere risultati diversi da reazioni tanto scorbutiche quanto i nostri modi.

Fuori fa ancora più caldo, a fine maggio siamo già in una giornata d’estate. Non si trova un taxi libero per tornare a casa, mi rassegno all’idea di una passeggiata sotto questo sole che viene incollato sulla pelle dall’umidità. Alle fermate degli autobus, decine di persone attendono. Alcuni hanno ancora gli adesivi a forma di cuore incollati su una guancia e le bandiere che spuntano dagli zainetti. Pronti per ricominciare una giornata normale. Per tutti loro e per me le olimpiadi viste dal vivo finiscono qui.



Stefano Bona




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