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La presa della pastiglia |
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14 luglio 2008 |
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di Stefano Bona
Propecia. La prima volta che la sentii nominare avevo venticinque anni, mi trovavo a Lecco e stavo parlando con un medico di un problema che mi stava capitando abbastanza precocemente: l’alopecia (o calvizie). Non essendoci stati antenati che abbondavano di capelli nelle famiglie dei miei genitori, mi aspettavo che prima o poi il problema si presentasse. Ma così presto e così in fretta, insomma… non che me ne facessi un cruccio, ma se fossi riuscito a “tirare in là” ancora per qualche tempo, non sarebbe stato male.
Lo specialista mi disse che nonostante il problema fosse diffusissimo, non se ne conoscevano ancore le cause precise, e non esistevano rimedi sicuri. Fra autotrapianti, lozioni e unguenti miracolosi, uno di quelli che – a suo modo di vedere – funzionava meglio era la Propecia, ovvero semplici pastiglie da prendere una volta al giorno, volendo anche a vita.
Tornato a casa, mi misi a fare qualche ricerca, e scoprii che si trattava di un medicinale a base di finasteride, una sostanza usata per curare problemi alla prostata. Nel corso degli anni, i ricercatori si erano accorti che nei pazienti trattati con finasteride si poteva osservare una ricrescita di capelli. Così, per farla breve, l’azienda che lo produceva non perse tempo e mise sul mercato pastiglie a dosaggio più basso (1 milligrammo invece di 5 o più) e prezzo quintuplicato, dandogli un nome promettente: Pro-pecia, per l’appunto. Secondo molti dermatologi non aveva effetti collaterali ed era il rimedio più efficace in commercio, benché fosse poco conosciuto. Peccato che una scatola costasse 55 euro, all’epoca inavvicinabili per le tasche vuote di uno studente. Decisi che ci avrei pensato più avanti. Mi misi il cuore in pace e continuai a perdere allegramente i miei capelli.
Qualche anno dopo, a Shanghai, mi resi conto che gli spazi vuoti sul cranio stavano diventando sempre più larghi. Pensai che forse la medicina cinese poteva avere qualche rimedio più efficace contro la calvizie, così chiesi ai colleghi cinesi se sapevano indicarmi un medico o un centro a cui parlare del mio problema. Mi mandarono in un ospedale a Pudong.
“Ospedale sì, ma sarà basato sulla medicina tradizionale”, pensai.
Invece incontrai la dottoressa Wu, che era una dermatologa e compilò una lista di medicine, che di cinese avevano solo il luogo di produzione. E poi aggiunse un altro medicinale, importato. Baofazhi, si chiamava. La dottoressa mi spiegò che serviva per fermare la caduta dei capelli, e stimolare la ricrescita. Entrai in una farmacia e l’acquistai. Aprii la scatola e controllai il foglietto delle istruzioni. Era tutto scritto in cinese, ovviamente, ma in alto campeggiavano due scritte in alfabeto latino: “finasteride” e “propecia”. Il mondo era davvero piccolo. E il prezzo cinese era decisamente più invitante di quello italiano: 330 renminbi (poco più di 30 euro). Ora me lo potevo permettere. Poche settimane dopo, la dottoressa per fortuna mi sospese tutte le altre cure, raccomandando di continuare con la propecia per qualche anno, finché me la fossi sentita. Una volta smesso, avrei ricominciato a diventare calvo. Fu l’ultima volta che andai da lei. Da allora sono diventato un consumatore abituale di quel medicinale.
A distanza di anni, devo dire che non ha fatto miracoli, ma sicuramente ha rallentato la caduta. Qualcuno, ignaro di questa cura, vedendomi un paio di volte all’anno, giura che i capelli si stanno infoltendo. Non gli credo, ma mi scappa da ridere quando penso a quelli che pagano cifre incredibili per farsi torturare con trapianti, palloncini, fiale di acqua colorata spacciate per rimedi portentosi.
Per quattro anni tutto è andato liscio. Le farmacie di Shanghai erano piene di Baofazhi, e nel corso del tempo il prezzo è persino sceso. Quando tornavo in Italia, me ne portavo una scorta sufficiente per coprire il periodo della mia permanenza.
Per quattro anni tutto è andato liscio, dicevo. Fino a una settimana fa.
***
Domenica 6 luglio, sera. Sono a Shanghai; prima di tornare Suzhou dove abito, entro in una farmacia a comprarmi il Baofazhi per questo mese. Solo che, quando lo chiedo, a differenza di tutte le altre volte in cui per tutta risposta mi sentivo domandare “Quante scatole?” con grandi sorrisi, ora a sentir nominare questa parola la farmacista trasale e i suoi colleghi ammutoliscono. Sguardi imbarazzati. Sorrisi di circostanza. Ohibò, che ho combinato? Finalmente arriva la spiegazione.
«Serve la prescrizione del medico».
«Da quando in qua? Non è mai stata necessaria».
«Da qualche giorno. È un nuovo regolamento».
Vedendomi contrariato, i farmacisti cominciano a confabulare. Ma dai, una scatola… sì però… è appena entrato in vigore, non lo sapeva… pissipissi baubau… Alla fine, giungono alla conclusione che non me lo possono vendere.
Provo in un altro negozio, magari da altre parti non sono aggiornati sui nuovi regolamenti.
«Serve la prescrizione del medico».
Porco cane. Non ce l’ho, la prescrizione del medico. Chiedo qualche spiegazione. Insomma, qual è il motivo di queste novità?
«Le olimpiadi».
«Cosa c’entrano le olimpiadi con una pastiglia per i capelli?».
«E’ partita la campagna “Olimpiadi Pulite”. Il Baofazhi è considerato prodotto dopante».
«Questa poi… ma io faccio una schifosa vita sedentaria, non sono un atleta professionista».
«Mi spiace, è il regolamento. Va’ all’ospedale e richiedi una prescrizione».
Sì, domenica sera all’ospedale per farmi fare una ricetta medica, voglio proprio vedere. Saluto ed esco. Proverò a Suzhou. In settimana sarò preso con il lavoro, tenterò il prossimo weekend. Fortunatamente ho ancora pastiglie a sufficienza per diversi giorni.
***
Suzhou, sabato 12 luglio, mattina, ore 10.30. Magari qui non ci sono le stesse regole di Shanghai, chissà, forse la prescrizione non serve. Vado nella farmacia sotto casa. Per sicurezza porto con me il foglietto delle istruzioni.
Il negoziante ha l’aria simpatica ed è molto cerimonioso.
«Cosa ti serve?».
«Ha il Baofazhi?».
«Il…?».
Ahia. Non ce l’ha. Gli mostro il foglietto.
«Oh, sìììì, ho capito, aspetta, dove l’ho messo? Ah, ecco qua!».
Mette sul banco una scatola di finasteride, che però non è Baofazhi. Magari è un farmaco generico, o un clone made in China. Controllo. No, non ci siamo, questo ha un dosaggio da 5 milligrammi, a me serve da 1 mg.
«Ma il medicinale è lo stesso!».
«Sì, ma il dosaggio è diverso. A me serve per i capelli, non per la… la… », mi accorgo che non so come si dice prostata in cinese.
«Oh. Allora non va bene».
«No che non va bene! Ce l’ha da 1 mg?».
«No, però se rompi la pastiglia…».
«Grazie lo stesso, arrivederci».
Siccome non ho voglia di mettermi a girare tutte le farmacie di Suzhou, decido di andare a informarmi in un grosso ospedale non lontano da casa.
È un edificio nuovo di zecca, tutto ricoperto di marmo, impressionante. L’atrio sembra quello di una stazione. Una fila di sportelli a sinistra (prenotazioni e pagamenti), un’altra fila di sportelli a destra (dispensario farmaceutico). Poltrone piene di gente. Due scale mobili per salire ai piani superiori. Fra le scale mobili, uno sportello per le informazioni, dove un’infermiera è presa d’assalto da trenta persone vocianti. Quando arriva il mio turno, chiedo gentilmente se mi sa indicare dove posso trovare il medicinale di cui le mostro il foglietto. Mi scarabocchia qualcosa di illeggibile su un pezzo di carta, e mi dice di andare con quello a uno degli sportelli alla mia sinistra.
«Tebiede haishi putongde? (Visita) generica o specialistica?», mi chiede l’impiegata da dietro il vetro.
Boh? «Generica», butto là.
Pago 5 renminbi e 90 fen, e la signorina mi dà un altro foglietto. Numero di lista: 38. Appuntamento: secondo piano, stanza 10 A. Waike Men, cioè Reparto Chirurgia. Oddio! A me serve solo una medicina... Mah. Salgo e mi metto in coda.
Nell’enorme sala d’attesa c’è chi dorme, chi mangia, chi legge, chi passeggia nervosamente. Su una colonna, un pannello luminoso elenca la lista dei pazienti di turno, associando al numero di lista il loro nome, la stanza in cui si devono presentare e il tipo di visita (generica o specialistica). Quando arriva il turno di un nuovo paziente, una voce computerizzata ne legge il nome. Gao Zhinan, Qiu Zhen, Zhao Ping… voglio proprio vedere come chiamerà me, visto che sono stato registrato con il nome italiano. Ecco, ci siamo!
«Numero 38! B-O-N-A-S-T-E-F-A-N-O!». Quarantacinque secondi per leggerlo tutto. Per essere sicura che l’interessato abbia sentito, la voce ripete la gragnuola di lettere un’altra volta. Entro nella stanza 10 A.
Il dottor Lu è giovane, porta gli occhiali e ha un neo sul mento, da cui spuntano tre orrendi peli neri lunghi qualche centimetro.
«Oh, sei italiano. What’s happened?», mi chiede in inglese. Brillante!
«Niente di serio, devo solo comperare questo medicinale. Secondo i nuovi regolamenti mi serve la ricetta medica», gli rispondo in inglese mostrandogli l’ormai logoro foglietto delle istruzioni.
Comincia a studiarlo, poi mi guarda.
«Per cosa ti serve?».
«Per i capelli».
«Ah. Ho capito. Te ne prescrivo tre scatole, d’accordo?».
«Perfetto. Grazie!».
Scrive qualcosa sul computer, poi mi chiede se so come usare la medicina. Certo che lo so, la sto prendendo da quattro anni!
«Okay. Okay. Ora vai al primo piano con questo foglio e fatti dare le scatole».
«Dove?».
«Al dispensario farmaceutico».
Grazie, arrivederci, è bello il calcio italiano, eh sì, stretta di mano.
Vado dove mi ha detto, consegnoil foglietto che mi ha dato.
«Devi pagare prima!».
«Dove?».
Un dito punta verso gli sportelli Prenotazioni e Pagamenti.
Coda mostruosa. Pazienza. Spintoni. Pazienza, pazienza. Tocca a me!
«226 rmb». Appena? Per tre scatole? Mi viene un dubbio.
Ops. Non ho contanti. Posso pagare con la carta? Ovviamente no, solo contanti. C’è uno sportello bancomat in ospedale? Ovviamente no. Il più vicino è al Carrefour, a cinque minuti a piedi dall’ospedale. Comincio a innervosirmi. E’ già quasi mezzogiorno e non ho ancora le stramaledette pastiglie. Pazienza, pazienza, pazienza…
Vado, prelevo, ritorno, mi rimetto in coda e finalmente pago. Mi viene consegnato un altro foglio, con il quale mi devo presentare allo sportello farmaceutico. Controllo quello che c’è scritto, e il mio dubbio diventa una certezza: il dottor Lu ha prescritto il finasteride con dosaggio da 5 mg. Torno al secondo piano con l’intenzione di strozzarlo. Spiego all’infermiera dell’accettazione che il medico mi ha prescritto la medicina sbagliata, voglio rivederlo subito!
«Non si può», mi risponde tranquilla, «sono già le 12:05, il dottore è in pausa fino alle 13».
Urlo, appallottolo la ricetta e la butto per terra. Poi mi calmo e le dico che tornerò alle 13. Altro giro al Carrefour, questa volta per mangiare qualcosa. Fuori si soffoca. Alle 13, sazio di sushi e di caffè, sono di nuovo al fronte. Arriva il dottor Lu ancora mezzo addormentato.
«Cosa c’è?», sbadiglia.
C’è che non va bene niente e tu non sai leggere, idiota, che razza di medico sei? Più o meno è quello che gli vorrei dire, ma resto stranamente calmo ed educato. Gli spiego con pazienza il problema. Rilegge le spoglie del foglietto delle istruzioni.
«Oh. Ti serve da un milligrammo! Ma da cinque milligrammi è più forte!», come per dire che è preferibile.
«Noo!! Quel dosaggio viene usato per chi ha problemi di… di… » (come di dice prostata in inglese?), «a me funziona tutto grazie al cielo, lamedicinamiservesolopericapellliiiiii».
«Oh. Ti serve da 1 mg.».
Evviva, forse ha capito.
«Vado a informarmi se abbiamo questo dosaggio in farmacia».
Sparisce per qualche minuto, poi torna scuotendo la testa.
«Mi spiace, mi spiace».
Vabbé, non è morto nessuno. Mi hai solo fatto buttare nel cesso tre ore. Accidenti a te e al tuo neo. Perché non impari a leggere? Anche questa volta mi trattengo, e mi limito a domandare:
«Dove posso trovarlo?».
«In qualche altra farmacia. Non lo so».
Che bell’aiuto. Gli chiedo almeno di farmi la ricetta… almeno questo.
«Okay. Okay».
Scrive, timbra. Poi mi dice come farmi rimborsare i soldi che ho già pagato e mi fa accompagnare dall’infermiera dell’accettazione.
Ripresi i 226 rmb, ricomincio le ricerche. Sono le 14.
Entro in due farmacie. Nella prima mi ripropongono le pastiglie da 5 mg. (“NOOOOOO!!!!!”), e in alternativa mi suggeriscono un oscuro preparato alle erbe. Nella seconda la negoziante legge la ricetta e si limita a scuotere la mano.
« Ma se non ce l’hai, posso ordinarlo?».
Altra scossa della mano.
Decido di fare l’ultimo tentativo. Se va male, farò l’acquisto la prima volta che vado a Shanghai, sperando che là accettino una ricetta emessa da un ospedale di Suzhou. Nel peggiore dei casi, mi rassegnerò al mio destino di calvo.
Sono fortunato. Nella terza farmacia, conoscono il medicinale! Però prima mi danno quello da 5 mg. (“NO! NO!! NONONOOOOOOOO!!!!”), poi mi dicono che possono procurare entro mezz’ora quello che serve a me. Pago in anticipo, questa volta il prezzo è corretto.
Esco a fare due passi, finalmente rilassato. Il marciapiede costeggia una strada a due carreggiate, che si arrampica su un cavalcavia per saltare un grosso incrocio. Sulla destra del marciapiede, una fila di case piuttosto malconce. Qualche negozio di alimentari, un ristorante in ristrutturazione, un chiosco di merci coreane, e una vetrina in cui un cane sambernardo in piedi su un tavolo viene lavato e pulito da due persone. Più in fondo, lontano dalla porta, una fila di padrone e padroni con cani di tutte le taglie e razze. Il cielo sta diventando scuro, si prepara un temporale. Provvidenziale, si materializza un Dio Coffee. Entro e ordino un succo di frutta. Mi siedo vicino a una vetrina, su un divano verde, ricoperto di scritte: Dio Dio Dio Dio Dio. E’ in tema con le invocazioni che mi scappavano poco fa all’ospedale. Fuori l’asfalto comincia a riempirsi di puntini scuri. Ben presto le prime goccioline di pioggia si ingigantiscono. Ora sono così grosse che se una dovesse centrarti in testa, te la spaccherebbe. Per terra c’è un lago in cui continuano a intersecarsi migliaia di cerchi perfetti. Più in là, qualche motociclista cerca rifugio sotto il cavalcavia. In pochi minuti i motociclisti diventano variopinte decine, coperte da mantelle gialle rosse verdi blu e lilla. Finalmente smette di piovere acqua, mentre continua la pioggia di fulmini. Torno alla farmacia, ormai sono le 15.30, è passata un’ora.
«Non ce l’hanno ancora consegnato! Ha piovuto, il fattorino non poteva mettersi per strada in quelle condizioni».
Aspetto altri dieci minuti, poi siccome non succede nulla saluto e me ne vado. Tornerò domani. Forse alla vigilia del 14 luglio riuscirò a prenderla, la pastiglia.
Stefano Bona
Per dovere di cronaca, “prostata” in cinese si dice “qianliexian (前列腺)”, e in inglese “prostate”.
1. Come posso aquistarlo Scritto da
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, il 22-07-2008 09:07 Ciao Stefano, sono Giorgio io mi trovo in china da due mesi prima ero a GZ tipo 1.30 da Hk, e ora mi trovo in Shantou... utilizzo da due mesi propecia italiana e stavo per l'appunto cercando la stessa propecia qui visto che mi trovo con ancora solo 6 pastigli e poi non è ho piu e diciamo che sarei rovinato.. Comunque questo Baofazhi è identico alla propecia Italiana? per favore potresti darmi tutte le indicazioni possibili per acquistarlo, magari puoi mandarmi sulla mia email (
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)la scansione dell'indicazioni del farmaco cosi mi viene piu facile riuscire ad aquistarlo...visto che non parlo cinese e qui quasi nessuno parla Inglese in Shantou... te ne sarei molto grato... Aspetto con ansia una tua risposta abbraccio giorgio  |
2. Scritto da annaluna, il 16-07-2008 06:04 Io avrei preso il 5 mg e l'avrei spezzetato.......... anche perche' se avessi dovuto affrontare le tue peripezie, avrei dovuto triplicare la mia dose quotidiana di ansiolitico. Bona, poverino..... per me non sei pelato! Ma visto che sei esperto, sai nulla su qualche pasticca che rallenti la crescita dei peli superflui?? noi donne spendiamo una quantita' di soldi per cerette ed affini, ne spenderei altrettanti per una pasticchetta magica. superflui intendo: gambe, sopracciglia, baffetti. Grazie |
3. Scritto da Stefano, il 15-07-2008 16:02 Niente rivoluzioni per carita'! Stento ancora a crederci, ma alla fine mi hanno consegnato il malloppo.  |
4. Scritto da
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, il 14-07-2008 20:55 auguri!! diversamente fomenterai la rivoluzione cinese?  |
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