Quando gli inglesi occuparono la zona sul Bund che sara’ poi la Concessione Inglese a Shanghai, mai avrebbero pensato che proprio i cinesi, quasi un secolo e mezzo dopo sarebbero andati anche oltre costruendo una… Città Inglese! Per dirla tutta, un progetto di sviluppo per zone sub-urbane prevedeva a inizio anni 2000 la costruzione di 9 città satelliti intorno a Shanghai, ognuna improntata sul carattere di uno specifico paese europeo. Sono state realizzate in pochi anni quindi la città Italiana, quella Olandese, Tedesca, Francese, etc.

Memori della Venezia già visitata nei dintorni di Hangzhou, decidiamo di andare in esplorazione. 

E non potevamo trovare una giornata piu’ caratteristica per visitare quella che è chiamata la British Town: piove! La metro-cabrio, o scoperta, nel senso che corre in superficie, anzi una ventina di metri sopra le verdi campagne della periferia raccoglie tutta la pioggia lungo i finestrini che promettenti nuvoloni neri soprastanti mandano giù in abbondanza. Immaginiamo già di trovare bobbies di pattuglia per le strade, uomini investiti di nero e con la bombetta in testa con una copia del Time in mano, neri London cabs, rossi double-decker e magari anche un piccolo Harrod’s con i cioccolatini della Cadbury’s nelle confezioni viola. Ripassiamo anche il nostro inglese durante il viaggio, magari  tentando un accento da City per non sfigurare troppo davanti al primo barista.

La tassista che ci raccoglie dal capolinea della linea 9 sfoggia già un ottimo umore dovuto appunto al diluvio. Saputo dove vogliamo andare, si fa delle belle risate, per sfondarsi poi quando indosso il mio cappello da pescatore irlandese comprato a Killarney, Repubblica d’Irlanda. La Santana rossa ci porta nell’area costellata da edifici bassi, mattoni rossi a vista, molto cittadina inglese, forse Irish anche, ma poco importa, c’è anche un compound ultrariservato chiamato Leeds Garden. Siamo nel vialone principale, qualche passante, un Lawson, le automobiline elettriche da golf per il trasporto di pigri turisti… uhm, nessun cab quindi. Entriamo in quello che sembra più un pub di altri, a dire il vero non c’è molto intorno, a parte casette e edifici in stile Tudor.

Siamo i soli clienti del pub, serviti direttamente dai proprietari, Marco, tedesco di Heidelberg ed Emma, di Wuhan, che vivono anche al piano di sopra. Chiedo come si vive a Thames Town, che non mi sembra che ci sia tanta gente. Per ora circa 200 famiglie, hanno aperto un paio di anni fa racconta Marco. Ma quanti appartamenti sono disponibili a Thames Town chiedo? Almeno 3.000 è la risposta. Insomma, il villaggio è abitato all’8% circa. Vado oltre e chiedo come va il business. Le smorfie sul volto dei titolari fanno capire più di ogni parola. “Nel fine settimana c’è anche gente che arriva, non male, ma se piove…” E il resto dei giorni? Marco alza le spalle e va in cucina a prepararci due Frankfurter, Emma a spinare due ottime Erdinger, una nera e una bionda. Il Rose Pub è praticamente il solo pub – funzionante – della British Town. “A dire il vero ce ne sta un altro”, dice Marco, “ma è aperto ogni tanto…”

Guardo fuori e mi viene in mente un titolo per una sceneggiatura: Survivors, ma forse l’hanno già girata, comunque questa sarebbe una location ideale. Ci è andata anche bene, il solo pub aperto, restiamo dentro a bere pinte almeno finchè non smette un poco. Inaspettatamente nel pub arrivano altre persone, siamo una dozzina, ma ci sentiamo lo stesso gli unici rimasti sul pianeta Tamigi. Ci avventuriamo fuori, ogni tanto l’aria è sferzata dal ronzio elettrico delle macchinette da trasporto turisti, vuote. Non è certo Londra in ora di punta. L’interno della città è una vista piacevole anche, lungo i vialetti di cobblestone, i marciapiedi ben levigati e punteggiati da lampioni neri, indicazioni british diligentemente distribuite ai 4 punti cardinali (sud: public toilets, nord: Library, ovest: River Thames, est: Church), rosse cabine telefoniche con il loro della China Telecom al posto della British Telecom.

Ogni tanto si scorge un vigilante in divisa rossa e cappello nero, incrocio tra una guardia della regina e un bobbie, qualche operaio che ciondola tra un edificio da finire e un altro, una ayi che tira su una cicca da terra che lei stessa ha buttato mezz’ora prima per darsi qualcosa da fare. Tutto il villaggio scorre in un contesto di architettura industriale dei docks, tra ponticelli, mezze piazzette desolate, una statua di Sir Winston Churchill che darebbe da sola autorevolezza all’esperimento, se non fosse stato messo tra due paffuti orsi berlinesi. Scopriamo poi che gli orsi colorati sono presenti in branchi per le stradine, devono averne rapinato un tir da quanti sono!

Sono confuso, agli architetti deve essere sfuggita una caricatura anche di Venezia qua e là, tra canali e rii che sembrano essere una caratteristica delle città straniere agli occhi dei cinesi. Surreale è la parola che ricorre più spesso nella testa. Guardando le finestre delle case non si vede un volto umano, una traccia di presenza viva all’interno, anche se da fuori sono perfettamente tenute. I negozi ci sono dappertutto, mancano forse i clienti, ma ancora prima i commessi e proprietari. La pianificazione estrema si realizza dall’alto di un plastico evidentemente. Qualcuno ha deciso che in un angolo ci deve essere un negozio di dischi, ed eccolo creato. Una bakery? Anche quella, un negozio di porcellane? C’è. E qualche bookstore anche. Vuoti però, se si cerca di entrare, o la porta è chiusa o sono aperti, ma dentro vuoti.

Idem per inns e pubs. Ma chi abita qui dentro farà mica la spesa al Lawson tutti i giorni? In attesa che spunti un Tesco da qualche parte per decreto, all’angolo tra la Abbey e la Oxford Street è stato messo su un Costa Café: non serve caffè nè altro, ma sapere che c’è fa già stare meglio. Impressionante la chiesa-cattedrale costruita al centro della Thames Town, enorme ma inaccessibile, troppi fedeli o chiusa ai turisti? Ci giriamo intorno per vedere se è una scenografia. Chi sembra godere letteralmente di questa ghost town sono le coppie di sposi arrivate con minivan, seguite da stanchi fotografi e truccatori. Vestiti da gentlemen inglesi e da Lady Chatterley si fanno foto in ogni angolo, Churchill è assediato! Davanti al piazzale della Holiday Plaza Church, tipica Westminster d’Oriente ci sono tre grandi, sfarzosi wedding parlours, che fanno capire dove sia il vero business del posto. Torniamo da Marco ed Emma per un ultimo Beefeater e kidneypie, prima di farci chiamare un taxi e ritornare nel nostro appartamento, nella concessione inglese!

 

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