Blog Around: Da Paginegialli.com, di Lorenzo Mariucci


 

Torniamo con un altro contributo dai tanti blog di italiani in Cina, questa volta dal sito Paginegialli.com di Lorenzo Mariucci. Attualmente Lorenzo vive ai Caraibi, come dargli torto, ma i contenuti che riproponiamo dal suo sito ai tempi (recenti) in cui era in Cina sono sempre attuali… potete trovare informazioni su di lui e la sua vita nelle Antille in Fruttopia.com.

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Quali sono le differenze fra giapponesi e cinesi?

 

Qualche anno fa, durante il mio soggiorno di studio matto e felicissimo a Kyoto, approfittai delle vacanze invernali per imbarcarmi su una nave in partenza da Osaka verso Shanghai.

La mia prima esperienza in terra cinese si materializzò dunque con una trasferta bimestrale nella “Parigi d’oriente”, per di più a cavallo delle pirotecniche festività previste per l’ingresso dell’anno nuovo cinese. Tale occasione mi diede l’opportunità per smentire una frequente ed odiosissima topica tutta occidentale:

“Ah, Cinesi, Giapponesi….! Son tutti uguali!”.

Ora non vorrei sembrare un crociato delle cause identitarie asiatiche, ma nel confine allegorico che separa Paese di Mezzo e Paese del Sol Levante mi sono imbattuto in un abisso tale da provocarmi le vertigini, da farmi cioè percepire che fra Cina ed isole nipponiche non ci sia il Mar del Giappone, ma bensì un oceano. 

Certo, il Giappone è pur sempre parte integrante di quel processo di ellenizzazione cinese di cui in tempi remoti hanno goduto l’estremo oriente e parte del Sudest asiatico. Se i giapponesi sono rigidi come la pietra, i cinesi invece sono duttili come l’acqua, e a lungo andare è proprio l’acqua che modella la roccia come si può constatare dal massiccio “imbastardimento” dell’apparato etico-religioso nipponico. Difatti, oltre alla parziale assimilazione del sistema di scrittura per caratteri cinesi e all’adozione massiva del tofu e delle bacchette, il Giappone si può assolutamente definire più cinese della stessa Cina per quanto riguarda la metabolizzazione di alcuni fondamenti del dogmatismo confuciano, del naturalismo taoista e del buddismo chan (mutuato nel celeberrimo buddismo zen). E non solo per la recente e violenta iconoclastia subita dalla RPC negli anni della Rivoluzione Culturale, ma proprio perché l’ecologia nipponica si è dimostrata assolutamente bendisposta a importazioni sovrastrutturali durante l’Alto Medioevo giapponese (un po’ come per il fenomeno massiccio dei conigli trapiantati in Australia).

Ma stiamo pur sempre parlando di due nazioni che provengono da ceppi etnico-linguistici assolutamente distanti, che hanno poggiato la propria esistenza su territori morfologicamente diversissimi, e che per lunghi periodi si sono isolati dal mondo a causa di un forte complesso di superiorità (molto apparente nel caso giapponese), motivato in entrambi i regni dalla supposta origine divina del proprio imperatore.

Sono numerose le differenze endemiche e le quotidianità contrastanti che saltano agli occhi dopo i primi divertenti, seppur superficiali, approcci comparatistici. Qui di seguito riporterò le prime sensazioni che ho provato, quelle che a mio modo di vedere saltano subito all’occhio delle persone che hanno avuto la preziosa possibilità di fare un salto spaziotemporale di tale portata.

Si tratta di mero pressapochismo pop, senza approfondimenti astratti, nè articolate speculazioni antropologiche, ma bensì un ritratto bidimensionale molto adatto ad un dialogo cinematografico del proto-Tarantino.

Differenze nette sono rintracciabili in molti aspetti quotidiani. In Giappone lo starnuto in pubblico assume connotazioni blasfeme, mentre quasi ogni cinese, spesso senza distinzione di sesso, è campione olimpionico di “sputo libero” accompagnato da previa e fragorosa “tirata su di naso”. Le ultime generazioni cinesi sono comunque decisamente più riluttanti nel concedersi a questo discutibile atteggiamento pubblico, ormai sempre più circoscritto agli anziani.

In queste piccolezze comportamentali si palesa il contrasto fra un ortodosso senso dell’armonia collettiva che non concede licenze, e un fin troppo spontaneo pragmatismo che non concede nè pudori, nè tentennamenti.

Tutto ciò non è circoscritto al mero aspetto salutistico, ma bensì comprende pure la sfera sociale ed estetica. All’esasperata e sorridente gentilezza giapponese risponde la trasparente ruvidezza cinese, dove è già un miracolo essere guardati in faccia dai commessi. E se se il Giappone comunica bellezza ovunque, addirittura nei dettagli cromatici dei calzini pendenti delle studentesse o nell’armonia zen delle composizioni gastronomiche, in Cina viene ostentato in molti ambienti pubblici e privati un sano minimalismo brutto, in parte retaggio dell’integralismo maoista.

E riprendendo il discorso alimentare, se spesso nei ristoranti nipponici i tavoli monoposto sono sistemati affinché lo sguardo del commensale si perda nel muro (forse perché l’individuo giapponese si trova più a suo agio con interlocutori dalle voci metalliche come quelle delle vending machine o addirittura con conversatori più silenziosi come le piante del proprio personale microcosmo botanico casalingo), in Cina il pasto è un momento di giubilo collettivo ed è categorico condividere portate luculliane e sbrodolare tutti insieme appassionatamente.

Per quanto riguarda le passeggiate in città, mentre la gentilezza giapponese è così fatalmente contagiosa che si estende anche a oggetti privi di vita come i semafori (il pedone non-vedente viene avvertito del verde tramite un prolungato cinguettio di canarino), in Cina le striscie pedonali hanno scopo prettamente ornamentale. Difatti se in Giappone verso i pedoni viene ostentata una devozione quasi filiale, al contrario in Cina chi è appiedato rappresenta l’ultimo anello della catena stradale; è necessario quindi entrare in empatia con gli automobilisti cinesi per sopravvivere alle norme ataviche che regolano il traffico nel Paese di Mezzo.

Altro fenomeno eloquente è rintracciabile nelle nettissime differenze fra lingua giapponese e cinese mandarino, un argomento così denso ed interessante che merita di essere raccontato in un articolo intero.

 

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