Chi sono, cosa fanno a Shanghai: Elena de Salvatore, account manager presso “Abitare” (RCS)


 

Elena de Salvatore, account manager per le riviste Abitare e Case da Abitare (Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera) in edizione cinese e’ passata a trovarci nella sede VVS di Taikang Lu, ne’ e venuta fuori questa intervista in cui spiega il suo percorso e le tendenze nel settore.

 

 

La domanda che si chiederà chi legge: titolo di studio e come sei arrivata a questo lavoro?

Sono laureata in cinese. Quando sono arrivata qui ho lavorato in un ristorante, poi ho inviato il mio CV e incredibilmente mi hanno risposto.

Inviato in Italia o in Cina?

Qui a Shanghai, da una business card che mi ha passato un’amica, mi diceva che cercavano qualcuno per gestire i clienti italiani della rivista.

Grado di soddisfazione?

Contentissima, anche perché inizialmente volevo fare architettura, conoscevo gia’ “Abitare” e a Venezia giravo sempre nell’ambiente degli architetti.

Com’e’ che hai scelto alla fine cinese e non architettura?

Perche’ c’erano gia’ tanti architetti disoccupati al tempo.

Anche sinologi…

Allora non avevo nessuna informazione sui laureati in cinese. Quindi ho detto scegliamo questa lingua, almeno mi dara’ altre prospettive.

Subito Shanghai?

No, prima all’università di Xi’An per un corso di cinese, poi Dublino. Allora non conoscevo troppo bene l’inglese e volevo impararlo. Sono tornata in Italia dove ho lavorato per Alitalia, conclusa questa esperienza ho seguito un master in marketing e comunicazione pubblicitaria. Ho lavorato a Milano, Londra, Cina ancora –  Shanghai – come interprete freelance, poi di nuovo in Italia presso una import/export, un’esperienza bellissima ma anche dura; terminata questa mi sono rimessa a cercare altro, e dopo aver sperimentato il precariato in Italia sono tornata in Cina.

Tutto questo in quanto tempo?

Quattro anni. Con questo lavoro da un anno e mezzo circa.

Di cosa ti occupi?

Account manager, in poche parole vendita spazi pubblicitari.

Clienti stranieri o locali?

Possono essere brand italiani, oppure molto più’ spesso dei clienti locali che rappresentano brand internazionali.

Un aspetto particolare del tuo lavoro?

Il modo di intendere il business, che nei media si basa sulle guanxi. Se gia’ sono importanti in Cina, nel mio settore sono fondamentali. Vendendo un servizio evanescente devi proprio stringere la relazione col cliente, e io forse non sono troppo preparata…

No?

I regali, le cene… sto facendo del mio meglio ma non sono arrivata ancora ad essere “cinese” in questo.

Il tuo ufficio, quanti siete? Ci sono altri stranieri?

Di stranieri solo io, in tutto a Shanghai siamo in quattro, una quindicina a Pechino. La sede di Shanghai e’ un branch, sia redazione che pubblicità’.

Come ti trovi?

Benissimo, le mie colleghe sono persone speciali, tutte cinesi come dicevo, hanno studiato fuori, sono estremamente intelligenti, ma soprattutto open minded. A Pechino lo stesso, mentre coi colleghi venditori e’ diverso, difendono il loro piccolo giardino e chiaramente gli interessano solo le commissioni.

Da quanto tempo le riviste sono presenti in Cina?

Gia’ sono quattro anni, e vanno abbastanza bene. Dall’Italia hanno deciso di investire di piu’ per migliorare la distribuzione. Siamo ancora un poco di nicchia, il design italiano viene visto piu’ come un prodotto d’arte, e molti dei miei clienti sono restii a investirci temendo non sia abbastanza commerciale.

Periodicita’ e tiratura?

“Abitare” e’ bimestrale, mentre “Case da Abitare” mensile. Sono 315mila copie al mese, nazionale.

L’aspetto più’ interessante nel tuo lavoro

Il contatto con i designer. Pur non lavorando nella redazione – io non scrivo niente – sono anche un tramite per editori verso tutto quello che di nuovo c’e’ in giro in Italia.

Domanda scontata, la creativita’ in Cina?

Vedo tanta voglia di sperimentarsi, di mettersi alla prova col diverso, tante cose sono un pochino copie di altro gia’ visto ma e’ comunque un buon segnale perche’ stanno mettendo in discussione i modelli, sono convinta che uscirà sempre più l’originalita’. Proprio ieri se ne discuteva appunto al Madness, quel petcha-kutcha di cui parlavamo prima: l’originalita’ come intesa da noi e da loro, di come quella che noi definiamo copia sia invece vista spesso come espressione d’arte e originalita’ in Oriente.

Esempi?

Un designer di Pechino – di cui ora non ricordo il nome – che aveva fatto qui una prima mostra con pezzi di acrilico e legno, dopo che nello steso show-room avevano gia’ presentato un italiano con lavori simili. Dapprima ero rimasta un poco confusa, ho pensato che dovevano essere linee di un trend internazionale, ma c’era comunque una fortissima similitudine.

Esistono zone dove la creatività e’ più forte?

A rischio di dire una banalità, Pechino resta sempre riconosciuta come centro culturale dove c’e maggiore fermento, ma anche le città piu’ piccole riservano sorprese, molti dei designer, famosi e non, sono originari di posti diversi dalle grandi metropoli, anche se e’ vero che poi per avere successo entrano nella grande città’ per forza.

Più’ uomini o donne creativi?

Non farei distinzione, sono piu’ o meno omogenei. Recentemente abbiamo fatto un articolo su Jiang Qiong Er, la designer del brand locale di Hermes: Shan-Xia. La sua originalita’ e’ stata nell’usare risorse dell’artigianato locale rivisto in chiave moderna. Un superlusso con connotazione cinese fortissima, abiti e arredamento.

Tendenze future?

Per i brand, sicuramente il rispetto e l’avvicinamento a gusto e cultura locali, fino ad arrivare a “tradurre” il marchio, con la creazione di prodotti appositi per il mercato o collaborazioni con designer locali. Noi spesso non ci rendiamo conto della differenza culturale esistente, quindi gia’ una traduzione di superficie e’ un segno di avvicinamento e adattamento.

 

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1 Comment

  1. Piero says:

    dear ,
    My name is Piero Foglizzi and I knew Elena when she was working in Bernardaud, please can you put me in touch with her.
    I’ll be in Shanghai in 15 days time
    thank you
    piero

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