Quei cattivi bravi ragazzi di “Goodfellas”


– dalla nostra inviata in Cu-Cina: Laura –

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New York Times, 14 maggio 1909: “Si suppone che l’italiano sia un grande criminale. E’ un grande criminale (…). Il criminale italiano è una persona tesa, eccitabile, è di temperamento agitato quando è sobrio, è furioso dopo un paio di bicchieri. Quando è ubriaco arriva lo stiletto (…). Di rigore i criminali italiani non sono ladri o rapinatori – sono accoltellatori e assassini”.

E’ passato un po’ di tempo da allora, ma si può respirare un po’ di quella New York dei primi Novecento entrando da “Goodfellas”, italianissimo ristorante a due passi dal Bund, al 7 di Wai Tan Lu, near Yan’an Dong Lu. Tutto da “Goodfellas” trasmette agli italiani e non solo un po’ del nostro Bel Paese, grazie alla collocazione in una dimensione tutta sua di America di inizio secolo catapultata nel ritmo cool di un locale appena aperto in Brooklyn Heights: le sedie di tessuto gessato, la musica calda, la luce aranciata di lampade sospese e tutte in fila come soldatini, le foto in bianco e nero dei piccoli e grandi boss italiani dei primi del Novecento che portarono – diciamo – un po’ di “sole” negli States, i più o meno noti personaggi dei film di altri tempi che, dalle loro cornici alle pareti, strizzano l’occhiolino ai clienti che addentano una pizza.

Ma a farti sentire a casa sono, fin dall’ingresso, l’accoglienza e la gentilezza dei camerieri, tutti elegantemente in nero, le chiaccherate con Marco, il proprietario e la cucina di Antonio, lo chef: Marco, il viaggiatore costantemente alla ricerca di qualcosa, che un anno fa ha scelto di fermarsi e aprire a Shanghai questa porta verso l’Italia e Antonio, il narratore che con la sua barba bianca come i capelli ha visto 24 anni di ristorazione in questa città. “Cattivi bravi ragazzi”, testimoni di italianità nelle parole e nei piatti.

Il locale è intimo, come l’atmosfera, non molti coperti e tanti piatti nel menù.

Qui puoi placare quella fastidiosa sensazione, che ti prende allo stomaco non appena ti siedi al tavolo, di voler divorare ogni cosa grazie a Daniele, che ti porta un allegro piatto di bruschette, pane e focaccia (proprio focaccia) e ti tranquillizzi con un bel bicchiere di Nero d’Avola: da buon ristorante italiano, qui si prediligono i vini rispetto alle birre e il menù dei rossi e dei bianchi richiede qualche minuto per la scelta tanto è ampio.

Taglieri di affettati, mozzarella e carpaccio di manzo, pesto di basilico sono solo alcuni degli appetizers: io scelgo il carpaccio di filetto di bue, con maionese al tartufo e una nevicata di parmigiano, da cui fa capolino la rucola. Non mancano certamente i primi di pasta, in un’abbondanza di fettuccine, lasagne, gnocchi e risotto ai funghi che ti riporta ai pranzi della domenica a casa della nonna così come il menù comprende due pagine interamente dedicate alla pizza, definita “autentica” dai miei vicini di tavolo; io scelgo il pesce e mi gusto una grossa fetta di tonno freschissimo accompagnato da verdure, grigliate, leggere e saporite.

Riservate un po’ di spazio per il dolce, quello italiano per eccellenza è il tiramisù: bella la decorazione del piatto, molto morbida la consistenza, che per una volta non ti fa sentire solo il gusto del caffè ma vagamente anche un po’ di nocciola.

Con la pancia piena e l’anima in pace con il mondo, anche quello caotico di Shanghai, ti guardi intorno bevendo un buon espresso (finalmente!) e capisci che “Goodfellas” non è semplicemente la nostra Italia all’estero con pizza e mitra, non è solo il Martin Scorsese degli anni ’90, con Joe Pesci nella parte di Tommy deVito e Paul Sorvino in quella del Cicero: “Goodfellas” è un viaggio. Nella cucina prima di tutto buona ma anche accessibile a tutti, nel calore di chi ti accoglie dalla porta sino al tavolo, nella vita di tutti quegli italiani che, cento anni fa, hanno preso la loro valigia, un po’ come noi oggima con molto più coraggio, e hanno lasciato qualcosa o qualcuno, una casa, un luogo caro, un amore per provare a trovare qualcosa di meglio o semplicemente qualcosa, per necessità o per curiosità.

Ma la cosa più bella è che, nonostante i gangster e la pizza, ci hanno provato: per questo meritano di essere incorniciati in bianco e nero su tutte le pareti del mondo, non solo su quelle del “Goodfellas”.

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua e molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Tra di loro parlano lingue incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono molto uniti”.

(Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912).

 

Goodfellas Italian Restaurant

7, Waitan Lu near Yan’an Dong Lu

Phone: 021 63232188

 

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