Hefei: lavori in corso



Le sette di sera. I fari del pullman a lunga percorrenza partito da Shanghai illuminano il cartello posto all’ingresso della città. Il pullman sobbalza lungo un’ampia strada di periferia nella semioscurità, imbocca una rotonda al centro della quale troneggia, quasi un faro, una statua gigantesca del Giudice Bao – paradigma di rettitudine che ebbe ad Hefei i suoi natali mille anni fa- e ripiomba nella penombra.

Ai lati della strada si distinguono a malapena case tutte uguali, piastrellate all’esterno, come se ne vedono tante nelle grandi città della Cina, rimando a una crescita urbana rapida quanto l’ascesa di questo luogo a polo industriale e snodo di trasporti. Susseguirsi di impianti e sedi di ditte. Anche le strade centrali sono illuminate da pochi lampioni a fioca luce gialla: l’energia elettrica è un bene prezioso, ma non si lesina sui neon caotici dei ristoranti che danno uno slancio di vita all’insieme.

Di giorno dominano il grigio dei palazzi e quello di quest’aria inquinata che sembra così spessa da potersi tagliare con un coltello: la città è un cantiere, a detta degli stessi abitanti. Accanto all’università stanno ampliando il raccordo; fumo, polvere –e fango, dopo le molte piogge di questi giorni-, ingorghi di auto dai clacson impazziti che rischiano la collisione con il rullo compressore e con i carretti dei venditori di frutta ambulanti, innumerevoli biciclette e motorini elettrici che tagliano loro la strada, pedoni che rischiano la vita, un addetto al traffico che cerca disperatamente di salvare la situazione con un fischietto, ma in venti giorni il tratto di strada viene costruito dal nulla, marciapiedi compresi.

Un camion azzurro è fermo al lato della strada per caricare un gruppo di lavoratrici – donne sulla sessantina, con cappello di paglia, giubbotto di sicurezza e ramazza in mano. Cerco di capire perché stiano discutendo così animatamente ma preferisco non fermarmi troppo a lungo: chi mi incrocia si ferma e guarda nella stessa direzione. Non mi è possibile passare inosservata, qui. Noi “laowai”, noi “stranieri” siamo sempre sotto i riflettori, nel bene e nel male. Nel bene, perché nella stragrande maggioranza dei casi veniamo visti e trattati con benevolenza, spesso con troppi riguardi, sempre con curiosità. Nel male, perché a volte la curiosità è invadente e ci si sente sotto costante osservazione: come quando si viene trascinati volenti o nolenti sul palco per una performance; come quando si è praticamente costretti a dare il numero di telefono a persone che a malapena si conoscono e a farsi scattare fotografie.

L’impressione è che tutti facciano a gara a cercare un contatto con noi: in molti casi nella speranza di imparare l’inglese –a questo proposito le università organizzano degli “English corner”, delle occasioni di ritrovo di studenti cinesi e ragazzi stranieri formulati per agevolare lo scambio linguistico-, in molti altri per sentire in viva voce quello che è “altro” dalla realtà della Cina. Su quattro milioni e più di abitanti che conta questa città, noi stranieri siamo in proporzione una manciata, e quindi ciò è più che giustificato. Si sente però la necessità di allontanarsi dalla scena, e generalmente a tal fine non c’è modo migliore che rifugiarsi in un tempio.

Ho faticato a trovare quello che è il tempio buddista principale: le indicazioni che mi erano state date mi hanno portato direttamente sulla strada più commerciale –e occidentalizzata- del centro. E proprio lì, soffocato tra negozi a più piani, affacciato su una piazza su cui si svolgevano promozioni di prodotti di ogni genere, ho intravisto il luogo di culto del terzo secolo d.C. Varco la soglia, dentro il tempio rimbomba la musica da discoteca proveniente dalla piazza. Non sembra esserci pace nemmeno qui dal frastuono della città: eppure la presenza di persone che pregano e l’enigmatico sorriso delle statue di Buddha riesce a farmi dimenticare tutto il resto. A parte questo tempio, il parco memoriale del Giudice Bao e la residenza dello statista Li Hongzhang è rimasto poco, pochissimo di storico in questa città che di storia vanta duemila anni.

Rientro all’università: è sabato e decido di evitare il Carrefour per la spesa, affollato all’inverosimile in prossimità della Festa di mezz’autunno. Prendo una scorciatoia, una strada che taglia attraverso un blocco di edifici residenziali: negozietti, bancarelle di frutta, piccole cucine ambulanti su tre ruote dove si preparano spiedini e involtini dall’aspetto appetitoso, vecchine sedute su bassi sgabelli che sferruzzano insieme, anziani e uomini di mezza età seduti intorno a un tavolino pieghevole che giocano a mah-jiong, bambini che si rincorrono, nel parco gruppi di donne che si esercitano in passi di danza con il tradizionale ventaglio o che fanno aerobica al ritmo di uno stereo. Tutti, senza eccezione, con un’espressione serena in volto. Quello che salta agli occhi è che, al di là del fatto che faticare a sbarcare il lunario e vivere in maniera piuttosto agiata siano due condizioni coesistenti in questa città, esiste qui ancora una dimensione collettiva del vivere, la gioia del ritrovarsi tra generazioni diverse, una cosa che nelle nostre città viene sempre più scemando. Tutti con il sorriso: è una cosa che riscalda il cuore, soprattutto perché il sorriso c’è sempre anche per noi laowai. Noi forse non riusciremo probabilmente mai a mimetizzarci, ma a incontrarci in un sorriso che accorcia le distanze, questo sì.

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