Con i piedi per terra


– dal blog L’aula F. In fondo, ad est

Un viaggio in Tibet e’ una delle cose piu’ belle da augurare a chi ami.

Perche’ questa terra ti regala qualcosa che pochi altri paesi hanno la capacita’ di trasmettere. Quel qualcosa ti arriva in pieno stomaco, come un pugno dato con forza, appena scendi dall’aereo e te lo tieni stretto stretto nel cuore per tanto tempo.

Storia, amore, cultura, popolo, sorrisi, passione, te’ al burro di yak, sofferenza, speranza, rabbia, vento, neve, ancora sorrisi, ancora rabbia, ancora speranza, che il futuro di questo paese incredibile sia migliore del suo piu’ recente passato. Tutto questo forse si avvicina a quel “qualcosa” che ti porti a casa nella valigia della tua anima.

E cerchi di fare foto, tantissime foto, per catturare un pezzetto di questo mondo, per rubare il silenzio delle sue montagne e la forza della sua gente, per cogliere la bellezza e la brutalita’ della sua storia, la rassegnazione dei tibetani che sa diventare speranza. Ma poi ti fermi, posi la macchina fotografica perche’ ti accorgi che e’ inutile. Non c’e’ foto che possa essere all’altezza della meraviglia che hai davanti.

In una foto non si coglie davvero la bellezza di una mattina all’alba sui tetti di Lhasa, non si capisce la sofferenza e il sacrificio di tutti quei devoti che per ore pregano e si inginocchiano per terra in un movimento faticoso e incessante, non si avverte il fiato che si accorcia sulle montagne, non si respira l’odore penetrante e dolciastro delle candele al burro nei templi buddisti, non si ascoltano le preghiere dei monaci al Drepung Monastery o le loro discussioni filosofiche a te comunque incomprensibili.

Andate. Organizzate un viaggio in Tibet, non accontentatevi di chi lo racconta, di chi lo fotografa, di chi ne fa un film o un libro. E fatelo il prima possibile, perche’ anche questo paese, forzatamente, sta cambiando, troppo e troppo in fretta, dietro un’apparente modernizzazione che odora di sbagliato.

Andate a Lhasa. Andate al Jokhang Temple e sedevi nella piazza di fronte. Fa freddo, non importa. Ascoltate……le preghiere, i rosari girare nelle mani stanche, i passi ripetuti ancora e ancora nel circuito del Barkhor, per chiedere chissa’ quale protezione, a chissa’ quale dio….guardate la devozione e la fede di queste persone, vestite di pelli di yak e con cappelli colorati, la loro stanchezza nel ripetere lo stesso movimento centinaia di volte, con le mani giunte alla fronte e poi sul cuore, fino a terra, con l’elastico intorno alle gambe per tenerle unite e farsi meno male mentre si prostrano al suolo. Respirate la loro forza, attraverso i loro doni portati in offerta e  il loro incenso e fatela vostra.

Andate al Potala, la vecchia residenza della Guida Spirituale dei Tibetani. Andate un po’ prima dell’apertura e sostate davanti al portone qualche minuto: la meraviglia che vi investira’ una volta entrati sara’ ancora più grande se grande sarà stata l’attesa. Andate proprio li’, in quello spiazzo di fronte al Potala e guardate con il naso all’insu’ il bianco e il rosso di questo monumento all’amore universale: sentendovi piccoli piccoli,  pensate a quel grande uomo, Tenzin  Gyatso, il Capo Spirituale, che non vi fa ritorno dal 1959 perche’ esiliato e che ogni tibetano aspetta. 

Andate alle Drak Yerpa Meditation Caves, o meglio arrampicatevi fino a queste grotte trasformate in minuscoli templi. Provate a pensare a tutti quei monaci che vi hanno vissuto e che ancora lo fanno, al freddo che sopportano, alle loro ruvide tuniche rosse e gialle, alle preghiere che da quassu’ si  diffondono nel mondo come un fiume in piena. Andate al Reten Monastery e fatevi raccontare da chi vive il Tibet ogni giorno cosa succede ai corpi dei defunti, tagliati a pezzi dai monaci e dati in pasto agli uccelli o gettati nei fiumi come cibo per i pesci, quale ultimo dono all’Universo. E’ questa la serena volontà di questo popolo, anche dopo la morte: donare, donare, donare. E’ solo carne, e’ solo un corpo.

Andate al Drigung Monastery. Vedrete il silenzio e la pace. Nella persona di un vecchio monaco, stanco per aver visto il suo tempio distrutto e non ancora ricostruito, malato ma sereno, che vi aprira’ con una chiave grande e pesante una sala delle preghiere. E lo fara’ solo per voi, perche’ intorno, per chilometri e chilometri non c’e’ proprio nessuno. Vi fara’ sedere su grossi cuscini impolverati e vi chiederà il nome e un desiderio, una preghiera, un’intenzione…quindi li scriverà su un foglio di carta ingiallito e reciterà le vostre speranze durante le preghiere con gli altri monaci.

Andate al Lago di Namtso e dormite qualche notte in tenda. Fa freddo, non importa, stare con i tibetani vi scaldera’ il cuore. Un tazza di te’ con il latte o il burro di yak, una mano ruvida che stringe la tua e ti insegna un po’ del suo buddhismo, sconosciuti occhi curiosi che si siedono accanto a te per offrirti una ciotola di “Tsampa“, una tenda smontata e rimontata mille volte solo per farti vedere quanto sono belle le montagne con la neve che 15 giorni prima non c’era, una storia di fuga in India attraverso il Nepal, raccontata di fronte ad un bollitore dell’acqua, domande su cosa succede la’ fuori, nel mondo, in Occidente, dove ai Tibetani non e’ ancora permesso andare.

Andate. E poi leggete, documentatevi, informatevi sulla storia incredibile di questo popolo, che prega ogni giorno perche’ la sua Guida Spirituale possa fare ritorno a casa. E poi raccontate cio’ che non e’ ancora permesso vedere, come la bandiera tibetana sventolare sulle case o le foto di Tenzin Gyatso  esposte nei templi.

Il Tibet ha bisogno di persone che possano vedere, parlare, diffondere, aiutare la sua gente a sentirsi libera nella propria terra. E tutti noi abbiamo bisogno di tornare un po’ con i piedi per terra, anche se per farlo bisogna salire sul Tetto del Mondo.

L’accesso e il turismo nel Tibet sono consentiti solo tramite agenzia locale.

Fortemente consigliato un tour individuale con:

Tibet Wind Horse Adventure (chiedere Passang come guida, cuore e storia del Tibet!)

rinchin@windhorsetibet.com, phone n. 0086 13989992400

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