Indignatio, –onis.


– dal blog L’aula F. In fondo, ad est

“Indignazione: s.f. (dal lat. Indignatio, -onis, der. di indignari “indignarsi”).

Stato dell’animo indignato, risentimento vivo soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale” [Vocabolario Istituto Treccani – L’Enciclopedia Italiana]

Tutti si indignano per qualcosa, prima o poi, ma è soprattutto a noi italiani che piace sentirci e professarci indignati. Essere indignati è il nostro sport nazionale, decisamente più del calcio, molto diffuso e praticato anche qui a Shanghai. Ogni anno si svolgono in terra patria e non solo campionati di indignazione, trasmessi ovunque e da chiunque: basta un microfono, una pagina social, un telefono, una radio, un caffè in pubblico. L’importante è far sapere quanto siamo indignati.

Perché tutti pensiamo che indignarsi sia bello e indice di alta moralità.

E poi oggi fa anche un po’ figo dire “S-o-n-o p-r-o-p-r-i-o i-n-d-i-g-n-a-t-o !!!!”.

Peccato che il 50% di noi si indigni per i motivi sbagliati e l’altra metà del cielo stia ancora cercando un motivo, giusto o sbagliato che sia, tanto per non essere troppo out: ad esempio, sono motivi di profonda e calda indignazione, in Italia, il comportamento dei giovani, il comportamento dei vecchi, i matrimoni tra omosessuali, i bisessuali, la mancata rimozione dei crocifissi dalle scuole, le scuole, il livello di corrosione della Coca-Cola nello stomaco, le canzoni di Sanremo, gli spettacoli pseudo hard della Pausini in concerto. All’estero ci si indigna perché il prosciutto di Parma è caro, perché fa caldo, perché fa freddo, perché il ghiaccio del mojito non è fatto con la Perrier, perché non succede mai nulla o perché succede tutto troppo in fretta. Insomma, una vita di problemi.

Mah….

Mah….

Io, da buona italiana, non ho ancora capito in quale 50% stare, ma so solo che ogni giorno, leggendo i nostri quotidiani on line, mi accorgo che viene dato lo stesso spazio all’ultima strage a Gaza e a Rafa Marquez che va al Verona e che, spesso, al fondo di un articolo o un video sui bombardamenti in Palestina gli smile di gradimento, con cui dovresti indicare il tuo stato d’animo dopo la lettura, sono “faccina indifferente”, con la riga della bocca orizzontale, come lo sguardo di una mucca che osserva passare il treno, avrebbe detto la mia nonna.

Questo significa che molti/pochi/alcuni di noi riescono comunque a pensare al loro mojito dopo aver letto di 30 giorni di bombardamenti in un Medio Oriente che non è poi così lontano da noi, dopo aver visto la foto di una bimba vestita di verde speranza che scava tra le macerie della scuola per recuperare i suoi libri, dopo aver sentito la notizia dell’ennesima strage di civili al parco, al mercato, a scuola, in rifugi che non sono stati tali. Storie e notizie sconvolgenti e impietosamente ingiuste.

Eppure i discorsi non cadono mai su questa guerra secolare: al ristorante, al caffè, tra amici, al lavoro non si parla di quanto sia ingiusto, sbagliato e tremendo tutto questo. Che sia Israele o Palestina non importa più, la guerra è guerra e restano solo gli innocenti, accumunati dall’appartenenza ad un’unica razza, quella umana.

Ci sono state manifestazioni di protesta in tutto il mondo, ognuna con la propria bandiera: Barcellona (17.07), Colombo (18.07), Dacca (18.07), addirittura Pechino (18.07), Beirut (18.07), Srinagar (18.07), Kabul (18.07), Karachi (18.07), Roma (..???). No Roma non c’era. Va beh, ci sarà stata Milano. Nemmeno. Nessuna manifestazione di protesta, di indignazione, nessun messaggio da parte nostra “Ehi, l’Occidente è qui, anche noi italiani ci siamo, tenete duro!”. L’Italia, o almeno una buona parte di essa, era su Facebook o stava lanciando a quelli dell’ultima fila i pop corn in un vecchio cinema.

Noi singoli non possiamo fare molto, lo sappiamo tutti: la risoluzione della guerra in Medio Oriente richiede da sempre grossi interventi politici (ma anche piccoli in questo momento basterebbero), un po’ meno interventi economici, forze religiose e sociali autorevoli devono mettersi in campo e giocare sul serio per tutelare almeno chi ogni giorno conta le bombe sulla sua testa, possibilmente prima che non possa più farlo. Ma forse qualcosa si può fare, nel nostro piccolo: senza lamentarci troppo se il condizionatore si rompe per qualche ora, cerchiamo di leggere le storie di Gaza e dei suoi morti viventi, del lancio dei Qassam verso Israele, di essere informati, di conoscere e capire la storia, facciamo il possibile per non ricordarci solo delle foto con più sangue, parliamone, facciamoci un’opinione sul perché le adolescenti in quella striscia di terra abbiano visto più guerre dei nostri nonni. Tutto questo aiuterà, forse, un domani, a far si che non succeda ancora.

E facciamoci del bene: proviamo ad indignarci per davvero. Sono sicura che ne siamo capaci.

Buona indignazione a tutti!

 

1 Comment

  1. Gianna P. says:

    come hai ragione quando vedi gente che mette i “mi piace” sotto una foto di un bombardamento ti chiedi se e’ questo il modo di mettersi in pace col mondo

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