La tana del bianconiglio, con gli occhi a mandorla.


di Roberta Moncada

 

Lasciate ogni certezza, o voi che entrate in Cina.

E anche voi che cercate solamente di capirci qualcosa.

Perchè la Cina, ve ne accorgerete, non è solo “diversa”, “strana” o “pittoresca”. E nemmeno “una cultura molto lontana dalla nostra”.

La Cina è proprio un’ altra cosa, un altro universo, una realtà parallela dove nemmeno le leggi della fisica valgono più.

Dove un posto a 200 km da casa è considerato “vicino”, un’impalcatura di bamboo il miglior modo per costruire un grattacielo, le cavallette un elegante antipasto, e i migliori spaghetti al mondo? …beh…. quelli di Changshu!

La Cina, è il Paese Delle Meraviglie dove ogni stereotipo o convinzione culturale verrà puntualmente, e inesorabilmente, sputtanata senza colpo ferire.

Quindi: la Cina è Matrix.

E ti aspetti da un momento all’altro che ti spunti davanti Morpheus con il suo giaccone in pelle nera e quegli orribili occhiali allungati anni ’90, per spiegarti che è inutile cercare di piegare il cucchiaio con la forza della mente, perchè il cucchiaio, qui, non esiste.

E infatti, ci sono le bacchette.

E proprio come in Matrix, il mondo dove hai vissuto finora comincia a non sembrarti più tanto reale, e ti accorgi che per adattarti e comunicare nella tua “ (per niente) desertica nuova realtà”, non è che devi solo imparare una nuova (fottutamente difficile) lingua, ma devi proprio rivedere il concetto stesso che hai, di “lingua”. E nel giro di pochi giorni ti trovi a porti una serie di domande esistenzial-filosofiche, che neanche Magritte se la pipa se la fosse fumata, ma con l’erba dentro: cos’è la lingua cinese? E’  la lingua che parlano i Cinesi? E chi sono i cinesi? Ma la lingua cinese esiste davvero, o è solo frutto della nostra immaginazione?

La risposta giusta è, secondo gli esperti, la seconda: la lingua cinese è frutto della nostra immaginazione. Di una contorta immaginazione, aggiungo io.

Perchè i cinesi, ci avrete fatto caso, non sono proprio due gatti. Per la precisione, 1. 300.000.000 di persone, comodamente distribuite su una superficie di oltre 9.500.000 kmq, e suddivisi non in uno, non in due, non in tre, ma in 56 gruppi etnici differenti.

Si si, avete capito bene, CINQUANTASEI gruppi etnici ufficialmente riconosciuti, con usi, costumi, religioni, tradizioni e… avevate dubbi? lingue differenti. Insomma, un casino che neanche il PD.

E tutto ‘sto marasma di gente che noi con candore e ingenuità, chiamiamo “CINESI”, sarebbero, tecnicamente, “Zhonghua Minzu”, ovvero, “Etnie della Cina”.

Capito?

Non cinesi!

Etnie della Cina.

C’è una bella differenza, eh.

Perchè mica tutti quelli che nascono in Cina possono fregiarsi del titolo di cinesi. Gli unici veri cinesi, nel senso di cinesi-cinesi, a marchio DOC e col bollino blu, sono solo quelli di etnia Han, l’etnia maggioritaria (92%) tra le 56 ufficiali: “loro è la storia cinese, loro la cultura, loro la lingua e il sistema di scrittura nazionale” (dicono gli esperti).

E gli altri? E gli altri… sono sempre cinesi… ma un po’ di meno.

Cioè… senza bollino blu. Che saranno anche 96 milioni di persone, ma su una popolazione di oltre 1,35 miliardi, sempre “minoranze etniche” li dobbiamo chiamare.

E d’altronde, signori miei, gli Han si chiamano così mica per niente. Discendono dal fior fiore, dalla crème de la crème della dinastia cinese per eccellenza, la dinastia Han, appunto. Che se non era per loro, mica lo so se la Cina era una nazione così grande, e così intera.

Eppure, nonostante la loro manifesta e indiscutibile superiorità, gli Han sono anche personcine umili, caritatevoli, e con un cuore così.

Tanto che nella grande, amorevole famiglia del popolo cinese, hanno accolto a braccia aperte anche Tibetani, Mongoli, Uiguri, e un sacco di altra gente che, cinese, non lo è mai stata!

Eh, questi Han, quanta incontenibile generosità.

Talmente incontenibile, che nella struttura amministrativa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, hanno deciso di infilarci pure Mongolia Interna, Tibet, Xinjiang, Ningxia, e Guangxi definendole “regioni autonome”. Ovvero, 5 regioni in cui le minoranze etniche che le abitano possono, in totale relax, vivere le loro folcloristiche vite sotto l’occhio benevolo e attento- molto attento- del governo cinese, ma esercitando contemporaneamente- pensa quanto stanno avanti- il loro diritto di autonomia, attraverso “organismi di auto-governo” e addirittura “usare liberamente la propria lingua, parlata e scritta”.

A tutti gli altri, invece, visto che sono Han, gli tocca parlare, guarda un po, HanYu, (appunto“la lingua degli Han”).

Che però, più che una lingua. è”un complesso di decine e decine di dialetti, spesso reciprocamente incomprensibili”. Incoraggiante, vero? E tutto ciò, per la gioia di sinologi e linguisti da tutto il mondo, che da secoli si arrovellano in preda ad esaurimenti nervosi, cercando di capire come, dove e fino a che punto, la “Han Yu” possa essere chiamata “Lingua”, e I suoi dialetti “Dialetti”.

Di sicuro, c’è solo che la lingua ufficiale della RPC, quella insegnata nelle scuole di tutto il Paese, cosi’ come all’estero, quella usata dai mass media, e nelle occasioni ufficiali, è il Putonghua, variante della Hanyu basata sul dialetto di Pechino, e che letteralmente significa “Parlata comune”.

Che però, tanto comune non è, in quanto nella vita quotidiana i cinesi continuano imperterriti e senza fare una piega ad usare i loro innumerevoli e “reciprocamente incomprensibili”, dialetti.

Per carità, non che non ci provino a usare sto benedetto Putonghua…è che a volte proprio non si capiscono, e, specie se vengono dalle campagne, quando si trovano proprio costretti a dover parlare con qualcuno di un’altra regione, preferiscono piuttosto ricorrere allo Zhongwen, letteralmente “Cinese scritto”, che, almeno quello, è uguale per tutti.

Beh… per tutti tutti… no.

Per tutti, tranne che per quelli di Hong Kong, Macao e Taiwan, I quali, non avendo avuto 30 anni di Maoismo, si sono persi la vera figata pazzesca di quel periodo, ovvero il “processo semplificazione dei caratteri” introdotto da Mao nel 1949 per innalzare il tasso di alfabetizzazione del Paese, e semplificare, almeno linguisticamente, la vita dei cinesi.

Ma Hong Kong, Macao e Taiwan, si sa, sono dei casi a parte. Figlie ribelli di Mamma Cina, non perdono occasione per sottolineare che loro, in comune con i cinesi, hanno solo gli occhi a mandorla.

Rette in base alla geniale trovata pubblicitaria di “Un Paese, Due sistemi”, Hong Kong e Macao sono le due “Regioni Amministrative Speciali” della RPC, che dopo anni di odiato colonialismo, ne ha ripreso la sovranità rispettivamente dal Regno Unito e dal Portogallo. In pratica, ad eccezione della difesa e della politica estera, Hong Kong e Macao possono tranquillamente e senza scrupoli di coscienza continuare a fare come gli pare e piace. E come, infatti, fanno. Hanno una loro moneta, una loro politica economica, un loro sistema giuridico, una loro forza di polizia, e… quanto alla lingua, proprio non mancano di originalità.

In entrambe le isole si usa il cinese, ma attenzione: sotto forma di caratteri non semplificati per lo scritto, e sotto forma di Cantonese per l’orale. E mentre ad Hong Kong e’ l’inglese la seconda lingua ufficiale, a Macao e’, non lo indovinereste mai, il Portoghese. All’occorrenza, comunque, non disdegnano di parlare anche spagnolo, francese, giapponese, taiwanese e addirittura min nan, astruso dialetto del Fujian Meridionale. Quanto all’Hanyu…si, certo, parlano anche quello ma… beh diciamo che non è esattamente l’opzione preferita.

E comunque, se lo status di Hong Kong e Macao rispetto alla Cina puo sembrare quantomeno strampalato, è con lo status di Taiwan che si raggiungono livelli di puro surrealismo.

Perche Taiwan e’ un po come la mafia: tutti sanno che esiste, ma nessuno lo vuole ammettere.

Auto-nominatasi ‘Repubblica di Cina’ quando i comunisti salirono al potere a Pechino, il governo di Taiwan intrattiene fiorenti rapporti commerciali e di collaborazione con un sacco di Stati in tutto il mondo… senza essere riconosciuto ufficialmente da quasi nessuno di questi. Soprattutto, senza essere riconosciuto dalla Repubblica Popolare Cinese. E poco importa se l’isola ha un’economia fiorente, un’industria culturale che sforna successi uno dopo l’altro e un livello di qualità della vita tra i primi al mondo: per il governo di Pechino, Taiwan e’, e rimarà sempre, la piccola ‘Provincia Separatista di Taiwan’. Che prima o poi – e’ scritto nel destino – tornerà col capo cosparso di cenere sotto la sovranità della Cina, a cui da sempre appartiene.

E nell’attesa che il destino si compia, la Cina si porta avanti, continuando instancabilmente e inquietantemente a ripetere che no, ma quando mai, non esiste nessuna ‘Repubblica di Cina, e Taiwan e’ solamente una graziosa isoletta al largo delle coste della RPC, a cui e’ legata da un sereno rapporto. Salvo poi tagliare regolarmente i ponti con tutti quegli Stati, pochi in realtà, che osano intrattenere rapporti diplomatici ufficiali con il governo Taiwan, tipo il Vaticano. Dal canto loro, pero’, i Taiwanesi non fanno il minimo sforzo per venire incontro al dragone, e continuano cocciutamente a insistere con ‘sta storia dell’indipendenza, manco fossero degli adolescenti in piena fase del rifiuto. Ed e’ con la lingua che si divertono di piu’ a sbandierare la loro vena indipendentista: a Taiwan si parla il Taiyu, o “lingua di Taiwan”, vari dialetti cinesi, tipo l’ Hakka e il Min Nan, il Giapponese come conseguenza di un periodo di colonialismo, Malese, Filippino, e infine, guarda un po’, Hanyu. Che, ironia della sorte, e’ pure la lingua ufficiale. E che pero’, onde evitare possibili entusiasmi riconciliatori, viene chiamata GuoYu, ovvero “Lingua della Nazione”. Come a dire: di “quella” Nazione, mica della nostra.

A questo punto, visto che la situazione si è fatta parecchio ingarbugliata, ricapitoliamo: In Cina parlano Hanyu, ovvero Putonghua, ma scrivere, scrivono Zhongwen. Chiaramente Zhongwen semplificato, perche’ Zhongwen non semplificato, si sa, lo scrivono solo a Taiwan, Hong Kong e Macao, dove, tra l’ altro, parlano Taiwanese, Cantonese, Inglese e Portoghese. Parlano anche un po’ di Hanyu in realtà, ma chiamandolo GuoYu. Che si pronuncia simile a Hanyu, indica la stessa cosa di Hanyu, significa la stessa cosa di Hanyu…. ma non è.

… Come dite? siete confusi? Non ci state capendo piu’ niente? La testa vi rimbomba e vi sentite come se aveste perso ogni punto di riferimento?

… Benvenuti in Matrix.

È la vostra ultima occasione, se rinunciate, non ne avrete altre. Pillola azzurra, fine della storia: domani vi sveglierete in camera vostra, e crederete a quello che vorrete. Pillola rossa, restate nel paese delle meraviglie, e vedrete quant’è profonda la tana del bianconiglio.

Vi sto offrendo solo la verità, ricordatelo. Niente di piu’.

Allora? Cosa avete deciso?

… Pillola rossa o pillola blu?

 

 

Leave a Comment