Le pannocchie di Benares


 

– dal blog L’aula F. In fondo, ad est  di: Laura –

 

 

Sulle guide e sulle cartine la indicano in Asia.

Ma Varanasi, India, è un posto fuori dal mondo. Dal proprio, soprattutto.

E non esiste Lonely Planet che ti possa preparare a questo.

La vecchia Benares, come ancora oggi chiamano Varanasi i suoi abitanti, vive e muore ogni giorno, malamente coricata sulle sponde del sacro Gange come una vecchia ubriacona che ha finito il whisky e aspetta che qualcuno gliene porti un altro po’.

Varanasi profuma di sporcizia, di fine del mondo, di storpi che ridono di te, di vacche in mezzo alla strada, magrissime, anche se mai quanto le persone; a Varanasi si va a morire, perché morire qui permette di uscire dal ciclo delle reincarnazioni, accedendo all’universo divino e farlo nel luogo più sacro dell’India lo rende ancora più desiderabile.

Sulle sponde del Gange si rispetta  il rito della cremazione: le famiglie del defunto comprano ai ghat il legno per la pira, si pesa il valore della morte con vecchie bilance arrugginite, si contratta per un po’ di legno di sandalo, che è più caro perché profuma più di tutti gli altri. Si avvolge quella che è stata vita in un lenzuolo bianco cospargendolo di fiori e cantando si va lentamente e con gioia verso il confine, per superarlo e diventare finalmente parte del sacro fiume.

A Varanasi ti può capitare di mangiare tre sere di seguito pannocchie arrostite da una giovane coppia di innamorati e vedere per tre sere di seguito l’amore pulito e sorridente di lei che aiuta il suo compagno a cuocerle, avvolta in un sari splendido in mezzo ad un realtà mortificante e mortificata: una volta cotte, le innaffia con il limone e te le porge con la delicatezza di entrambe le mani, per non farti scottare, senza dimenticarsi di mettere nel prezzo anche un larghissimo sorriso. E quello si che ti scotta l’anima.

Puoi sederti sugli scalini del ghat Raja ed essere avvicinata da un’anziana signora indiana, con un vestito un tempo forse coloratissimo e occhialini tondi e un po’ tutti rotti, che ti si siede accanto poggiandoti la mano sul ginocchio, come fanno sempre i nonni, quasi come per trasmetterti un po’della loro saggezza: lei rimane lì con te, per ore, a pregare il Gange e solo dopo aver tentato inutilmente di superare la vergogna, alza la mano e  ti chiede, mortificata, qualche monetina di elemosina.

Cammini in strade sporche e invase da bruttezza ma presto smetti di guardare dove metti i piedi, perché ciò che incontri vale mille paia di scarpe nuove: e vedi una via di barbieri all’aperto, armati di lamette e saponi, accovacciati in quella posizione in cui solo gli indiani riescono a stare comodi, respiri l’odore del legno che brucia ai ghat e pensi che da qualche parte qualcuno stia piangendo per aver perso un caro….invece si canta, non piange nessuno. Cerchi di fermare questo tempo e questa sensazione e ti sembra  di riuscirci. Almeno un po’.

Prosegui per la tua strada e incroci un signore alto, elegantemente vestito, con la barba lunga e bianca come la tunica che indossa, perfettamente ed inaspettatamente linda e rimani incantata dalla sua lentezza, dalla sua intelligenza, dalle storie che ti racconta su Benares, dall’educazione con cui ti accompagna nel tentativo di farti conoscere la sua India. E solo quando a casa riguardi le foto ti accorgi che tu quella barba l’avevi già fotografata, in mezzo alla gente, senza sapere che quello sconosciuto ti avrebbe regalato pace.

Un aquilone, un tetto, un laboratorio di profumi allestito paradossalmente in una stalla, un bimbo che ti saluta dalle scale di casa e tu pensi di non aver mai visto dei dentini cosi bianchi, due giovani  sposi che ti accolgono nella loro povera ricchezza e tu capisci quello che non hai mai pensato di accettare.

Nel Gange, dove galleggiano fantasmi di morte e di speranza, percepisci tutto il potere delle preghiere e delle intenzioni più pure: all’alba puoi respirarne la forza, mentre intorno a te un mondo cosi apparentemente lontano, si lava nelle sue acque fetide, per ambire alla pulizia del corpo e dell’anima.

Da questa parte di mondo l’India è vicina, prendete un volo e regalatevi un po’ di Varanasi, prima che scompaia nel Gange o nel denaro: ve ne sarete per sempre grati. Al ritorno sarete sempre voi, non temete di perdervi, di cambiare, di allontanarvi da ciò che  tutti rincorriamo da sempre, ma con la certezza di aver visto danzare per mano la vita e la morte e non averne avuto paura.

Buona Benares a tutti!

 

Leave a Comment