Psicologica-mente: Lost in Translation!


 

– Contenuto curato dalla Dott.ssa Renzoni –

Qualcuno di voi dirà: “Allora esiste davvero… non succede solo a me!!!!”
Tranquilli… in forme differenti e in gradi diversi accade a tutti coloro che per svariati motivi sono “costretti” a cambiare paese per periodi prolungati.

Ma esattamente di che cosa si tratta?

Lo shock culturale si ha solitamente nei primi mesi in cui ci si trasferisce ed è associato a sentimenti di estraniamento, irritabilità, ostilità, indecisione, frustrazione, tristezza e nostalgia imputabili alle differenze tra la cultura ospitante e la propria cultura.
Chiaramente, tanto maggiori sono tali differenze, tanto maggiore sarà il fenomeno.

Tutto ciò può portare a regressione, isolamento e rifiuto.

E’ determinato dall’abbandono dei riferimenti relativi alla cultura di appartenenza e generalmente comporta una fase traumatica acuta iniziale, che col proseguire dell’esperienza migratoria, può perdurare e portare a sentimenti sgradevoli prolungati nel tempo.
In effetti, vivere in un paese straniero implica un grande sforzo di adattamento e può essere fonte di stress e di sofferenza, venendo a mancare i riferimenti culturali e familiari che normalmente ci aiutano a superare le difficoltà della vita.

Nonostante ciò può essere, indubbiamente, un’ esperienza arricchente e un’ opportunità di crescita.
Sicuramente sperimentare uno shock culturale è un’esperienza non ordinaria ma che comporta anche la possibilità di riflettere su se stessi e di conoscersi meglio.

Cambiando le prospettive, non solo cambia la visione del mondo, ma si diventa molto più sensibili, disponibili ed aperti alle sollecitazioni provenienti dalla realtà che ci circonda e tutto ciò ci forza a ripensare ai nostri riferimenti culturali e di appartenenza, che ora non sono più così scontati.

Insomma, un processo arricchente ma a volte doloroso e faticoso!

Il sociologo D. H.Brown, nel 1986 ha descritto l’adattamento ad una nuova cultura attraverso quattro fasi, non necessariamente da pensarsi in termini strettamente cronologici.

1) Luna di miele
Durante questo periodo, le differenze tra la vecchia e la nuova cultura sono viste in una luce romantica, meravigliosa e nuova. Per esempio, nel trasferirsi in un nuovo paese, si possono amare i cibi nuovi, il ritmo della vita, le abitudini della gente, gli edifici e così via. Durante le prime settimane, si subisce il fascino della nuova cultura. Ma come tutte le lune di miele, anche questa ha un termine e sarà seguita da una inevitabile disillusione. E così, vediamo che quando qualcuno va a studiare, vivere o lavorare in un paese nuovo, ad un certo punto comincia ad avere difficoltà con la lingua, l’alloggio, gli amici, la scuola, il lavoro.

2) Alienazione o ritiro
Dopo qualche tempo (di solito tre mesi, a volte prima, a volte poi a seconda dell’individuo), l’eccitazione iniziale può cedere il passo a sentimenti spiacevoli di frustrazione e rabbia.
I problemi quotidiani sembrano ostacoli insormontabili: le barriere linguistiche, le differenze in materia di igiene pubblica, la sicurezza del traffico, l’accessibilità e qualità degli alimenti possono aumentare il senso di distacco dall’ambiente circostante.
Emergono altre difficoltà da superare, come adattamenti dei bioritmi, reperibilità di farmaci, accesso ai servizi.
Ma la sfida più difficile riguarda la comunicazione: coloro che si stanno adattando a una nuova cultura si sentono spessi soli e nostalgici verso casa. Le barriere linguistiche possono diventare un ostacolo nella creazione di nuovi rapporti: emergono aspetti sottili come le differenze nel linguaggio del corpo e nei segnali non verbali, nel tono di conversazione, per non parlare delle cosiddette “gaffe” interculturali!

3) Regolazione
Dopo qualche tempo (dai 6 ai 12 mesi) ci si comincia ad abituare alla nuova cultura e si sviluppano delle routine: si sa cosa aspettarsi dalle situazioni e non si vive più tutto come se fosse nuovo, la quotidianità diventa “normale”. Si cominciano anche a sviluppare capacità di problem-solving nella nuova cultura e si accettano usi e costumi locali con atteggiamento positivo. Si comincia a trovare senso alla nuova cultura, mentre diminuiscono le reazioni negative. Infine scatta un meccanismo di auto-regolazione e perché no, di sfida (costruttiva!) che permette non solo di “sopravvivere” ma di cominciare veramente a vivere in maniera attiva e produttiva la nuova vita.

4) Padronanza
Coloro che raggiungono questa fase sono in grado di partecipare tranquillamente e a pieno alla cultura ospitante. Ma padronanza non significa conversione totale, le persone spesso conservano molti tratti dalla loro cultura precedente, come accenti e linguaggi. È spesso definita anche come la fase della bi-culturalità.
Far rientrare il faticoso e lento cammino di integrazione in queste fasi di adattamento, è riduttivo e in parte superficiale, le fasi a volte si accavallano non rispettano i tempi presentati e a volte accade di ritornare indietro.
Ma questo non deve spaventare nessuno…nell’ottica del bicchiere mezzo pieno pensate a che cosa può portare un processo del genere seppur faticoso.

Pensate e poi, se vorrete, ci confronteremo….

simona@communitycenter.cn

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